In cosa consiste il “lavoro di trovare lavoro” dopo i 40 anni? Come favorire la ricerca di lavoro per un profilo manageriale? Quale cammino personale implica tale ricerca? Cosa chiede il mercato oggi a un manager?
L’esperienza dell’Associazione Retemanager
Bobby Walker ha un ottimo lavoro, guadagna bene e ha una bella famiglia. A meno di 40 anni incarna la realizzazione del sogno americano. La sua vita viene però sconvolta quando la multinazionale per cui lavora, alle prese con la crisi, lo licenzia senza troppe spiegazioni.
Bobby si illude di poter trovare subito un nuovo lavoro non diverso dal precedente e così non considera minimamente di modificare il proprio tenore di vita. La moglie Maggie, che invece guarda in faccia la realtà, prospetta fin dall’inizio la possibile vendita della casa il cui mutuo non è realisticamente più affrontabile alla luce della nuova situazione, oltre a non rinnovare l’abbonamento del marito al prestigioso golf club dove tutti lo conoscono come un uomo di successo…
Dopo aver restituito l’auto sportiva e aver messo in vendita la casa, non senza un lungo travaglio personale, a Bobby non resta che tornare a vivere dai suoi genitori e umiliarsi accettando il lavoro da manovalanza offertogli da suo cognato, titolare di una piccola impresa edile. Il duro lavoro di manovale ridà un senso e una dignità alla vita di Bobby che, grazie alla forza morale e all’amore della moglie, esce dalla crisi e, attraverso varie vicissitudini, trova un’occupazione diversa ma con una motivazione e un entusiasmo incrementati per aver riscoperto il valore reale del lavoro.
Per qualche altro suo collega, che ha subito la stessa sorte del licenziamento dopo aver dato il meglio di sé per l’azienda, la situazione non avrà lo stesso lieto fine… Si tratta della trama del film The company men, pellicola del 2010 con attori del calibro di Ben Affleck, Kevin Costner e Tommy Lee Jones, che ben descrive le conseguenze sull’occupazione della finanziarizzazione dell’economia che ha causato la crisi del 2008, raccontando una vicenda emblematica per tanti manager che perdono il lavoro.
In Retemanager lo consideriamo il film manifesto della nostra attività di caritativa e abbiamo eletto la moglie di Bobby, Maggie, tutor e socio onorario dell’associazione. Fuor di metafora cinefila, è proprio questa la prima sfida di fronte alla perdita del lavoro dopo 20 o 30 anni di onorata carriera: togliersi la divisa del ruolo ricoperto e riconoscere la realtà per quella che è, accettandone la durezza ma anche i segni di una strada che sempre ci offre per riscoprire il valore di qualcosa che davamo ormai per scontato, nella fattispecie il valore del lavoro. Non uno status symbol su cui poggiare la propria consistenza sociale prima ancora che economica, ma una condizione per riconquistare la propria dignità e conoscere se stessi in azione, collaborando a trasformare la realtà. Per questo don Giussani ricordava appassionatamente che “nessuno può stare tranquillo se un amico non ha lavoro”: la persona, senza lavorare (di qualsiasi lavoro si tratti), subisce un “grave attentato” alla possibilità stessa di coscienza di sé, di qual è la propria natura e quale il proprio compito nella vita.
Insieme alla situazione di alcuni cari amici in difficoltà, è stata proprio questa di don Giussani la provocazione da cui siamo partiti nel febbraio del 2006. Un tentativo, quanto mai ironico nel mare del bisogno, di accompagnamento “uno a uno” di profili qualificati over 40 alla ricerca di una nuova occupazione.
Questa ricerca diventa tanto più fruttuosa quanto più si accompagna a un cambiamento di sguardo verso sé e il lavoro stesso. Paradossalmente, neanche trovare un altro posto di lavoro è in sé la soluzione, se non accade questo cambiamento. In questi anni, il cammino insieme nell’amicizia di Retemanager ci ha infatti costantemente rimesso di fronte al cuore della sfida: riscoprire, in ogni situazione e rapporto, cosa è in grado di riaccendere un “io” spesso “spento” dalle difficoltà che incontra. Certamente la persona non è riattivata meccanicamente solo dai buoni consigli, né da ricette o procedure, con magari la pretesa che l’altro ti segua per il fatto stesso che ti interessi a lui. Solo un rapporto gratuito che arriva a livello di coinvolgimento dell’esistenza stessa, un rapporto reale in cui ci si mette a nostra volta in gioco non in modo formale, è in grado di far ripartire la persona e di rendere il rapporto interessante per entrambi. Occupato o disoccupato, giovane o anziano, qualificato o meno, tutor o candidato, in fondo la sfida è la stessa.
Capita spesso allora che la persona aiutata (ma il confine tra chi aiuta e chi è aiutato è sempre più labile…) il lavoro se lo trovi da sola, aprendosi alla realtà che comincia a essere percepita come amica perché densa di suggerimenti e segni, provando perciò a valutare anche scenari diversi da quelli in continuità col lavoro precedente. Tentativamente senza mai rassegnarsi a un po’ meno rispetto all’ampiezza del desiderio di costruzione e soddisfazione che ci costituisce: insieme alla propria storia professionale e non (sempre da riscoprire nel suo valore), quel desiderio è proprio il valore aggiunto che fa la differenza nel trovare e nel tenersi il lavoro. Sono tante le storie di chi si è ricollocato in netta discontinuità con ciò che faceva prima e oggi non vuole più tornare indietro: alcune di queste storie verranno raccontate nei talk della MeshArea al Meeting 2018.
Ma la convenienza umana è innanzitutto per chi “fa” Retemanager, essendo in qualche modo costretto a non dare per scontato il modo di vivere il proprio lavoro, oltre al motivo e alla modalità con cui accompagnare i disoccupati. Alcuni di noi, proprio grazie a questa esperienza, hanno messo in discussione il modo con cui fanno i manager e gli imprenditori, arrivando a prendere decisioni diverse rispetto a quanto avrebbero fatto prima e a innovare l’azienda in cui operano.
Strada facendo abbiamo anche incontrato storie e testimoni, imprenditori o singoli manager, che ci hanno aiutato a chiarire il giudizio culturale che emergeva dall’esperienza che facevamo: abbiamo allora proposto queste esperienze pubblicamente, insieme a diversi altri partner, tra cui la Fondazione per la Sussidiarietà, attraverso convegni o workshop che hanno posto esempi di diversità in atto rispetto a tanti luoghi comuni sulla figura manageriale.
Una sfida, appunto, che non ti lascia mai tranquillo.