Le trasformazioni che il mondo del lavoro sta vivendo in questi ultimi anni sono molte e complesse. Non c’è lavoratore o cittadino che non ne sia coinvolto, direttamente o indirettamente. Uno dei fattori più significativi dei mutamenti in atto sono sicuramente le innovazioni tecnologiche e la digitalizzazione dei processi produttivi che stanno permeando di fatto tutti i settori manifatturieri e non, tutti i lavori e, sostanzialmente, la nostra vita. Per sintetizzare ed esemplificare le innovazioni si utilizza il termine Industria 4.0 o Impresa 4.0, che fa riferimento alla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, così definita in Germania per la prima volta nel 2011.
Le tecnologie però non hanno un’anima. La loro utilità dipende infatti da come vengono adoperate. Oggi più che mai, la scelta di come usare le tecnologie è più importante che nel passato perché queste ultime sono sempre più pervasive e se usate in maniera sbagliata rischiano di avere un impatto negativo sulle persone.Basti pensare agli ultimi scandali sull’utilizzo improprio dei dati personali fatto da Facebook o da altri social per influenzare le campagne elettorali, gli acquisti o qualunque altra scelta riguardante la vita delle persone raggiunte da pubblicità e messaggi ingannevoli.
Il tema di come indirizzare l’utilizzo delle nuove tecnologie è centrale, quindi, rispetto ai loro effetti sulle persone e nel mondo del lavoro. Nel mondo del lavoro, le innovazioni tecnologiche, comunque necessarie per mantenere e migliorare la competitività dei sistemi economici, hanno portato vantaggi ai lavoratori. Si pensi alla diminuzione della fatica fisica, all’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro o al mantenimento del posto di lavoro di coloro i quali sono stati ritenuti inidonei alla mansione per sopraggiunti problemi di salute, alle maggiori garanzie di sicurezza. Ma hanno anche creato situazioni che mettono continuamente in discussione le tutele e le modalità di lavoro, prima fra tutte la flessibilità nei tempi di lavoro o il continuo dibattito sulla creazione/distruzione di posti di lavoro.
Per migliorare la competitività dell’impresa, l’investimento non può limitarsi a quello sul capitale umano. In Italia l’obsolescenza media degli impianti e dei macchinari è di circa 15 anni. In Germania è invece di 5 anni. Sarà pertanto di fondamentale importanza che, proprio per queste ragioni, legate ai futuri investimenti in innovazione e tecnologia, l’attuale governo riconfermi quanto previsto per i prossimi anni dal “Piano Calenda” su Impresa 4.0. Oggi la competitività non è fatta solo dal prezzo; in molti casi il fattore qualitativo è l’elemento preponderante. La qualità del processo e del prodotto è infatti un elemento distintivo ed è il fattore di riduzione dei costi legati agli scarti, ai tempi morti, al controllo qualità che scarta il prodotto difettoso. Siamo quindi a ragionare di sostenibilità del prodotto e del processo produttivo, per cui le innovazioni tecnologiche possono rappresentare una condizione imprescindibile ma anche una finalità importante per il loro utilizzo.
Un’industria sostenibile, per l’ambiente, il territorio e per i lavoratori non può fare a meno della continua introduzione di nuove tecnologie e, quindi, dei relativi investimenti. Le nuove tecnologie sono fondamentali per la sostenibilità delle imprese ma vanno pensate e acquistate anche per questo scopo, dando un’anima a esse e all’impresa.
Il tema della tutela ambientale non dovrà essere lasciato esclusivamente alla gestione di soggetti terzi ma dovrà essere un obiettivo primario del sindacato che dovrà coniugare in maniera responsabile il tema dell’ambiente, del lavoro, della sicurezza, così come il tema delle politiche del lavoro di breve/medio periodo, tutte questioni da tenere in considerazione soprattutto nella fase iniziale di questi nuovi processi produttivi.
Il secondo tema, ancora più importante perché ha al centro la persona, è quello della formazione e dell’adeguamento delle professionalità dei lavoratori e di tutti coloro che vogliono lavorare. Argomento quest’ultimo su cui tanto si è scritto con tesi spesso contrastanti. Si va infatti dal pessimismo più estremo, con previsioni catastrofiche sulla diminuzione dei posti di lavoro, a studi più ottimistici, i quali tendono a evidenziare che, come in tutte le grandi mutazioni del passato, le nuove tecnologie comportino, a fronte della scomparsa di occupazioni e professioni divenute desuete, la nascita di nuove.
La gran parte delle analisi però concordano sulla necessità di un costante adeguamento delle competenze delle singole persone. Si calcola che in Italia nei prossimi 15 anni, oltre 3,5 milioni di lavoratori dovranno essere riqualificati. Questo è un problema che il sindacato da tempo tenta di evidenziare ponendo il tema all’attenzione delle controparti e delle istituzioni, sollecitando tutte le parti in causa a operare con urgenza, soprattutto a favore dei giovani e degli over 55. Alcuni risultati, pur se ancora non soddisfacenti, sono stati raggiunti con l’introduzione nei contratti del diritto alla formazione dei lavoratori, ma molto resta ancora da fare per l’esigibilità di questo che riteniamo sia un diritto di tutti. È altresì impegno del sindacato sensibilizzare i lavoratori tutti a porre una sempre maggiore attenzione all’adeguamento delle proprie competenze e ancor prima alla scelta della scuola, che oggi più che mai rappresenta una sorta di assicurazione per garantire occupabilità nel tempo.
Di fatto, circa l’80% degli studenti che hanno frequentato gli istituti tecnici superiori, istituiti nel 2008, scuole per tecnologie applicate, alta formazione tecnica e post diploma universitario ma complementare all’università, entro circa 8 mesi trova occupazione.
Questo cambiamento tecnologico passa infatti anche, e soprattutto, per un radicale cambiamento culturale e attraverso la continua riqualificazione che non è riservata solo ai colletti blu, ai redditi bassi, o a quelle figure professionali con livelli di istruzione relativamente modesti. Di questo impatto si vedono già i primi risultati su professioni quali quelle dei giornalisti, sulle libere professioni in generale, sui contabili, gli analisti finanziari, gli avvocati, i radiologi e tanti altri ancora.
Davanti a questi cambiamenti non serve la distribuzione del reddito, non ha senso separare i redditi dal lavoro tradizionale se non sono legati alla riqualificazione e alla ricerca di un nuovo lavoro. La gestione condivisa di tutti questi temi consentirebbe di far fronte alla possibile riduzione di posti di lavoro, in previsione di una nuova e più qualificata occupazione. Indispensabili saranno gli investimenti che dovranno necessariamente riguardare la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori e quelli sulle politiche attive del lavoro che saranno di fondamentale importanza per i cambiamenti che si verificheranno.
Bisognerà altresì pensare a una nuova organizzazione del lavoro, alla definizione di nuovi inquadramenti professionali, ma anche a una nuova conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
Una buona impresa è un’impresa che si struttura a cominciare dalle persone che vi lavorano con contratti di lavoro stabili, i cui dipendenti non vivono il loro impegno e il loro futuro come una fase transitoria o incerta. Strutturarsi vuol dire avere anche una visione strategica di lungo periodo della propria impresa. Significa costruire qualcosa da lasciare a chi verrà dopo. Nel mondo di oggi, vuol dire che un’impresa sostenibile è un “bene” per la società, per i lavoratori, per il territorio perché produce ricchezza, lavoro, valore aggiunto ed è attenta all’ambiente.
Riteniamo che tutto questo sia possibile solo se l’attuale classe politica, l’imprenditoria italiana e il sindacato saranno capaci di rilanciare questa idea di “bene comune”.
È una nuova sfida molto importante quella che tutti insieme dobbiamo affrontare, una sfida che ci pone nuove domande alle quali dovremmo necessariamente trovare risposte più appropriate imposte dai cambiamenti in atto.
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