Nessuno deve essere lasciato indietro, nella grande corsa al nuovo lavoro. Ma affinché ciò possa avvenire, occorre che tutto cambi, affinché tutto il meglio si salvi. È il motto del Gattopardo, vivificato da una positività che cancella il fatalismo e si declina nell’impegno, nella solidarietà e nella buona politica: è solo così che si salverà il lavoro. È un accostamento, una suggestione, che ho sentito da Luca De Meo, oggi amministratore delegato della Seat, società spagnola del grupo Volkswagen, ed ex top-manager della Fiat, sotto Marchionne. Forse perché si trova nella posizione privilegiata di gestire un’azienda molto latina in un Paese per molti versi simile al nostro ma permeato dalla cultura del lavoro tedesca, forse perché baciato da un particolare carisma, certo che De Meo è un signore dei nuovi tempi, perché non si riesce a distinguere, nel suo dire, un pensiero di destra o di sinistra, padronale o sindacale. È un modo di ragionare nuovo.
Vediamo però che significa questo cambiare tutto per non cambiare niente e, soprattutto, cosa c’è dietro e cosa c’è dentro la formula.
Troppo spesso infatti, negli ultimi tempi, abbiamo assistito alla strana e devo dire fastidiosa tendenza dei più a rinnegare l’evidenza del declino dei diritti solo in nome di una diversa definizione. Il 79% dei contratti di lavoro negli Stati Uniti d’America, ad esempio, è a tempo indeterminato. Certo, non è com’era in Italia, cioè non è lavoro garantito a vita, perché il licenziamento laggiù era e resta facilissimo, la cosiddetta flessibilità in uscita. Però si evoca a ogni pie’ sospinto il modello americano come modello di flessibilità vincente: cosa vera ma anche falsa, visto che i contratti a tempo indeterminato, ancorché risolvibili, sono tuttavia la regola in America, e quando un lavoratore va a chiedere un mutuo in banca può esibire un contratto che, salvo suoi demeriti o sventurate congiunture di mercato, gli garantirà lo stipendio per gli anni necessari a rimborsare il mutuo che chiede.
Qui da noi, invece, siamo arrivati, con Mario Monti, al paradosso di incensare il teorema dell’opposto, cioè che il lavoro a tempo indeterminato è noioso, davvero eguagliando la mitica Maria Antonietta del “non c’è pane, mangiate brioches”.?Però Maria Antonietta finì sulla ghigliottina!
Cambiar tutto significa abbracciare la flessibilità, tuffarsi in essa, consapevoli – soprattutto noi, over 40, esponenti delle generazioni di mezzo – che probabilmente non recupereremo i diritti che la storia ha sicuramente ridimensionato ma anche che stiamo lavorando per recuperarli: o in prima persona, o attraverso i nostri figli e nipoti.
L’effetto combinato della globalizzazione e della disruption digitale ha scompaginato un assetto stabile da un secolo. Non è un mistero e non è colpa di nessuno, ma è così. La globalizzazione ha gettato in campo un esercito di concorrenti imbattibili sul piano della disponibilità, le donne e gli uomini dei Paesi in via di sviluppo e del Terzo Mondo, disposti ad accettare condizioni di lavoro che gli occidentali ritenevano di aver archiviato negli anni Sessanta, al più tardi. Si poteva far qualcosa affinché quest’offerta incondizionata di disponibilità lavorativa venisse come modulata dai Paesi d’origine, per evitare quel dumping sociale che ha permesso e permette colossali speculazioni sull’uomo, come l’esternalizzazione di interi comparti manifatturieri, ciò che ha fatto ad esempio la Apple con la cinese Foxconn, la fabbrica dei suicidi? Forse sì, e non è stato fatto, o comunque ben poco. Non è stato fatto perché oggi nel mondo il modello imprenditoriale vincente è quello del turbocapitalismo, quello per cui quando un’azienda taglia personale, la sua quotazione a Wall Street s’impenna e quando invece assume, il titolo crolla. Quel turbocapitalismo che considera il lavoro dell’uomo una zavorra, e che purtroppo detta l’agenda della politica quasi ovunque. Ma anche se questo fattore prepotente non avesse frenato le menti delle istituzioni da una riflessione liberamente umanistica sui nuovi schiavismi, sarebbe stato molto difficile interferire nella libera determinazione di Stati sovrani e potenti, dalla Cina al Vietnam ai Paesi dell’Est europeo, per i quali i capitali stranieri che investono grazie al basso costo del lavoro sono benemeriti e per i quali, in fondo, un lavoro disagevole e mal pagato è pur sempre meglio di un ennesimo schiavo sessuale o di un ennesimo manovale del narcotraffico, visto che queste sono in molti casi le sole alternative concrete.
Dunque nel campo di gioco hanno fatto irruzione masse enormi di forza lavoro a basso prezzo che, restando nei loro Paesi o emigrando nei nostri, prosciugano vaste aree di offerte lavorative che, peraltro, noi occidentali ben volentieri lasciamo loro, salvo poi lamentarci della nostra disoccupazione. Proviamo a cercare una bandante o un facchino traslocatore o un bracciante agrario di nazionalità italiana nel nostro Paese, anche da Napoli in giù: sarà un’impresa riuscirvi.
Questo significa la globalizzazione in casa. Questo significa aver aperto il vaso di pandora dei compartimenti stagni del benessere e del welfare ed essersi portati in casa una concorrenza sociale senza precedenti. Che però – attenzione! – è essa stessa la prima a volersi emancipare dalla propria minorità e a voler crescere in benessere, reddito e welfare: quindi già oggi i salari rumeni o cinesi non sono più strepitosamente convenienti, per un imprenditore italiano, come dieci anni fa. Lo sono ancora, però meno. E il fenomeno del “reshoring”, riportare in Occidente le produzioni delocalizzate, pian piano è iniziato, anche prima degi stivaloni di Trump. E poi c’è il digitale: una tecnologa pervasiva e ubiquitaria che stravolge dal profondo i modelli di business e non si limita a facilitare a tutti i livelli l’impatto dell’automazione nell’attività umana. Va oltre: sfida la nostra ragione a ripensare le relazioni del singolo con la macchina e dell’insieme uomo-macchina con la collettività degli utilizzatori, dei concorrenti, con tutto quel che gli esperti chiamano “ecosistema”.
Oggi la più grande catena alberghiera del mondo si chiama Airbnb e non è proprietaria neanche di una camera. La più grande compagnia di taxi del mondo si chiama Uber, e non possiede nemmeno un’automobile. Il più grande supermercato del mondo si chiama Amazon e? beh, no, qualche supermercato fisico Amazon l’ha anche aperto, ma giusto per togliersi lo sfizio, per il resto non ha bisogno di vetrine e di negozi per servire quotidianamente e a prezzi spesso imbattibili centinaia e centinaia di milioni di clienti in tutto il mondo…
Certo, dietro molti di questi fenomeni c’è quasi sempre una forzatura legale: evadere il fisco, per esempio, come fanno tutti i gruppi citati; o eludere gli obblighi burocratici delle licenze alberghiere, o da tassista. Ma queste nuove configurazioni piacciono, perché trovano un loro qual equilibrio economico, che mette d’accordo clienti e fornitori. Qua e là la legge interviene per frenare e calmierare gli eccessi, ma non può cancellare il fenomeno.
L’altra grande sfida è quella dell’automazione, che impatta fortemente sulla filiera dell’industria manifatturiera, portando i robot a un livello di efficienza autonoma che fino a cinque anni fa sembrava impensabile. Nasceranno mai, a sostituire le funzioni umane soppiantate da questa nuova generazione di robot, altre funzioni davvero necessarie a produrre e a manutenere i robot? Non è facile crederlo, perché, in realtà, l’obiettivo della ricerca sull’automazione applicata alle attività economiche è esattamente quello di rendere inutile il costoso lavoro umano. Però perfino per il turbocapitalismo una fabbrica vuota è un orrore, perché, se i fruitori del reddito industriale diventassero via via sempre più pochi a favore di nessun altro se non dei proprietari dei robot, chi mai avrebbe reddito sufficiente per comprare ciò che i robot producono?
E dunque torniamo al Gattopardo e chiudiamo con una zoomata sull’editoria e sulla piccola esperienza di Economy.
Cambiar tutto per salvare tutto non va inteso – abbiamo detto – nel senso rinunciatario e rassegnatamente conservatore che intendeva il Principe di Salina. Al contrario: significa accettare a fronte alta e viso aperto questa rivoluzionaria discontinuità che investe tutto il mondo del lavoro per cavalcarla, padroneggiarla e poi ricostruire al suo interno, giorno per giorno, azienda per azienda, quella costituzione materiale fatta di diritti e non solo di doveri che ha contraddistinto per quasi un secolo l’impostazione del mondo del lavoro in Occidente.
Qualcosa sta accadendo in questa direzione. Sia nei comportamenti spontanei della società sia nella regolamentazione.
In concreto, cosa significa? Significa, per esempio, accettare che Airbnb faccia il suo lavoro, ma anche pretendere e ottenere che almeno i proprietari locatori paghino la cedolare secca sul reddito ottenuto attraverso la piattaforma. Significa accettare il fatto che i fattorini del food-delivery, i colorati ciclisti che popolano le nostre città, vengano pagati come collaboratori, perché non hanno vincoli di dipendenza, ma pretendere che siano assicurati e protetti come chiunque svolga un lavoro usurante e un po’ rischioso. Significa che Uber affianchi i tassisti normali nei servizi di mobilità urbana, ma paghi le tasse alla collettività permettendo una riduzione dei costi delle licenze dei taxi “ordinari”. Significa insomma mediare tra il nuovo e il tradizionale, avvalendosi degli aspetti oggettivamente funzionali del nuovo senza rottamare indiscriminatamente tutto ciò che ci arriva dal passato, anzi impegnandosi a difendere ciò che nei decenni è nato a tutela della dignità del fattore umano.
Ma come si concilia questa visione con uno dei settori più devastati, negli ultimi dieci anni, dall’impatto delle tecnologie digitali, e cioè l’editoria?
Si concilia, ma con molta fatica. Ed è la testimonianza che posso rendere, qui, nelle mie vesti di direttore e coeditore di Economy. La nostra scommessa risale a due anni fa ed è ormai al diciottesimo numero prodotto e al pareggio economico. Una piccola impresa, costituita come start-up innovativa, grazie al fatto di essere nata con un forte progetto digitale, sia relativo alla produzione industriale dei fascicoli cartacei, sia alla loro diffusione in rete. Una piccola impresa che oggi dà comunque lavoro a sette risorse di cui sei a tempo indeterminato, alle quali si affiancano quattro collaboratori fissi che traggono da essa una componente significativa del loro reddito e molti altri collaboratori saltuari.
Sarebbe bello essere più visionari e coloriti e così riuscire a trarre una sintesi più accattivante degli ingredienti che hanno reso finora possibile il successo di questa sfida, una sfida che all’inizio anche molti dei nostri consideravano impossibile. Ma la verità è più prosaica: la verità è che dietro questo incipiente successo c’è una formula semplicissima, riassumibile in due parole: “tanto lavoro”.
E non è un modo di dire: è proprio tanta quantità di lavoro. Dodici ore al giorno per parecchie delle persone coinvolte. Perché mai? È semplice da spiegare con un ragionamento macroeconomico. Quel che è accaduto nell’editoria con l’avvento di Internet è chiaro: in tanti, praticamente tutti, abbiamo pensato che aumentare la quantità di messaggi pubblicitari diffusi sul web avrebbe permesso di aumentare proporzionalmente i ricavi economici di questa pubblicità, e quindi abbiamo iniziato a diffondere gratuitamente contenuti editoriali come piattaforma sulla quale diffondere messaggi pubblicitari a pagamento. Il modello ha cominciato subito a fare acqua, perché la pubblicità sul web sembrava non garantire agli inserzionisti la stessa qualità di risposta da parte dell’audience che essi ricevono soprattutto dalla TV. Ma il precario equilibrio che sembrava essre stato trovato alla metà degli anni Duemila, è saltato con l’avvento dei social media, dove la pubblicità web si è ulteriormente moltiplicata, a fronte, stavolta, non più di contenuti editoriali professionali, ancorché gratuiti, ma a fronte di contenuti amatoriali e professionali, e nemmeno editoriali. Dalle foto dei gattini alle barzellette, dalle polemiche politiche a quant’altro.
Dunque la quantità di pubblicità in circolazione sul web è dilagata (tanto che molti per difendersi usano ormai gli ad-block) e la sua incivisività si è ridotta moltissimo. Impossibile dunque finanziare con la sola pubblicità la produzione dei contenuti editoriali, che quindi pian piano cominciano a essere diffusi solo a pagamento. Ma i ricavi dal pagamento di questi contenuti che gli editori intascano non compensano ancora il calo dei ricavi da pubblicità. Insomma, sul mercato dell’editoria l’era di Internet ha creato un’enorme inflazione di offerta e un crollo del valore aggiunto per unità di prodotto, cioè del prezzo che si può ricavare tra vendita del contenuto e vendita della pubblicità. Per chi lavora in quest’industria, produrre di più è indispensabile, quindi, per tener dietro a questa bolla inflattiva. Ed ecco spiegate le 12 ore al giorno. Che però, attenzione: non sono imposte a nessuno e sono fatte soprattutto da chi, nella compagine di Economy, ha anche interessi azionari e/o professionali tali da giustificare questo tipo di superlavoro e non va a ricadere, dunque, sui dipendenti.
Il tutto con quali prospettive? Con la prospettiva che, nel giro di qualche anno, speriamo tre, forse cinque o sei, questo caos si razionalizzi e si affermi un fenomeno consistente – come si sta finalmente manifestando negli Stati Uniti – di abbonamenti digitali ai mezzi d’informazione tradizionali trasferitisi on-line, che sono finalmente di nuovo considerati più affidabili dei social e dell’informazione gratuita dopo gli scandali delle fake news che hanno cominciato a scandire il nostro tempo.
Se al Meeting del 2023 potrò tornare qui a parlarvi non di 7 ma di 70 dipendenti vorrà dire che con l’aiuto di Dio questa strada in salita avrà prodotto i suoi frutti.