Prendendo in considerazione il rapporto tra “giovani e lavoro”, resta per noi fondamentale la centralità della persona, del lavoro e della persona nel lavoro, con un implicito riferimento a un futuro ancora tutto da orientare.
Ma di quale lavoro parliamo? Come si è trasformato? Che ci sia stata una “pressione ribassista” nei confronti del lavoro – iniziata ben prima della crisi del 2008 ma cresciuta considerevolmente con essa – che insieme alla crisi occupazionale ha prodotto il suo deprezzamento, è un fatto.
Occorre comprendere il perché di questo fenomeno, anche considerando che accanto a questioni “italiane” ci sono condizionamenti sovranazionali sempre più pressanti. Faccio, quindi, brevi riflessioni generali, di modello.
Sappiamo che i debiti contratti per essere pagati (i prestiti a vario titolo erogati) sono stati disancorati dal proprio presupposto e resi prodotti da vendere e acquistare su mercati finanziari spesso non regolati (ad esempio i mutui sub-prime americani, che hanno avviato la crisi nel 2007-2008). Questo fenomeno ha cambiato il presupposto del rischio connesso a ogni atto di credito, che ha generato effetti importanti sia sul piano economico e, a cascata, su quello sociale, imprenditoriale, dei comportamenti con importanti implicazioni etiche.
In altri termini, l’incognita che il debitore possa trovarsi nella condizione di non riuscire a far fronte alla propria obbligazione si è trasformata nel rischio, completamente differente, che i titoli incorporanti tali debiti non trovino più acquirenti. Questo cambiamento ha modificato le condizioni fondamentali del sistema economico, ma anche dei rapporti fondativi della responsabilità e quindi della reciprocità.
Al rischio di credito si è sostituito un rischio di liquidità, secondo il quale sino a quando ci sono acquirenti (dei titoli) non esistono debiti eccessivi, che diventano tali quando il mercato non assorbe più le nuove emissioni dei titoli che li incorporano.
A quel punto si manifesta l’insolvenza, che tuttavia non si è prodotta in quel momento (quanto accaduto nel 2007-2008 con lo scoppio della bolla finanziaria è esattamente questo). Il paradigma della liquidità genera comportamenti di azzardo morale e un’infinita gamma di trasformazioni:
– la metamorfosi delle banche e l’allontanamento dalla missione originaria per le economie produttive;
– la crescita degli squilibri e la polarizzazione della ricchezza;
– lo sviluppo ipertrofico degli strumenti finanziari privi di ogni ancoraggio diretto con l’economia produttiva;
– lo scandalo dei bonus milionari del management spesso scollegati dai risultati e dalla loro sostenibilità;
– l’inattendibilità delle valutazioni delle società di rating;
– la dittatura del risultato quantitativo e di breve periodo;
– lo schiacciamento verso il basso delle condizioni sociali e del lavoro;
– l’isterilimento dei processi di democrazia sostanziale.
Il presupposto della liquidità per dispiegarsi ha necessità che tutti i fattori dell’economia debbano essere scambiabili, cioè acquistabili e rivendibili: vale per la moneta, per il credito e, inevitabilmente, per il lavoro che è quindi pienamente coinvolto dal “paradigma della liquidità” e se riteniamo non debba essere equiparato a una merce – condizione che marginalizza inevitabilmente la persona e depriva il lavoro relegandolo a semplice “prestazione” – non dovrebbero esserlo neppure la moneta e il credito. Se ciò non avviene, le conseguenze sono le seguenti:
– il credito perde la sua funzione solidale e cooperativa tra debitore e creditore perché diventa un titolo negoziabile, una merce che deresponsabilizza entrambi;
– la moneta smarrisce la sua finalità di misura comune e universale favorendo l’accumulazione a discapito degli scambi, quindi le rendite rispetto agli investimenti;
– la natura perde la condizione di bene comune, indisponibile e inappropriabile e subisce uno sfruttamento irresponsabile;
– il lavoro perde di senso proprio e dignità, quelle condizioni connaturate alla persona e alla situazione specifica che si generano nella competenza e si dissolvono nella precarietà.
Quindi, per togliere precarietà e deprezzamento al lavoro, occorre asciugare liquidità alla moneta e alla finanza e favorire il passaggio dal capitalismo all’economia di mercato. Si tratta di riequilibrare il rapporto funzionale tra economia produttiva e finanza che deve orientare la finanza al servizio dell’economia, ma anche di restituire la sovranità politica sostanziale ai livelli istituzionali di competenza, l’effettività ai processi democratici inerenti le decisioni che governano i destini delle persone, il senso e la dignità particolari che il lavoro deve possedere ed esprimere.
Che il lavoro non sia una merce noi lo sappiamo bene: è impresso nel nostro DNA e scolpito nello Statuto della CISL che s’incardina sulla centralità della persona.
Lo sviluppo del diritto del lavoro in Europa ha perseguito, di massima, la realizzazione di tali principi. Ma dalla metà degli anni Settanta sono cominciate a cambiare le cose (i governi Thatcher hanno rappresentato l’avamposto che ha agevolato il ritorno del liberismo e la ri-mercificazione del lavoro). Il paradigma della liquidità ha rappresentato un potente acceleratore che con la finanziarizzazione dell’economia ha capovolto il senso e l’utilità della finanza, che da strumento al servizio dell’economia l’ha poi fagocitata e asservita.
La scissione tra lavoro e persona, in seguito all’equiparazione del lavoro a una qualsiasi altra merce, lo disgiunge dai significati socio-relazionali propri e realizza una condizione di sostanziale irresponsabilità normativa e istituzionale verso la persona e quanto le possa accadere (tempi di vita e di lavoro, sfruttamento, sicurezza, benessere psicofisico, mobilità selvaggia e così via). La pattuizione implicita derivante da questa impostazione realizza semplicemente un’obbligazione individuale conseguente a un contratto commerciale (quando esiste o è rispettato), attraverso il quale l’individuo (non la persona) vende o affitta la propria prestazione.
Non può stupire, perciò, che la società si parcellizzi sulla scorta dell’individualizzazione dei rapporti di lavoro (ma anche della flessibilizzazione che ha surclassato gli spazi temporali) e delle persone rispetto al mondo, distruggendo trame sociali, narrazioni comuni, pensieri collettivi, appartenenze e comunità.
Una cesura che ha promosso “la società degli individui”. Gli individui di tali società sono più soli, più esposti, più indifesi, più insicuri e, conseguentemente, maggiormente strumentalizzabili e indirizzabili, se necessario, contro qualcosa o qualcuno.
La concatenazione negativa, che consegue alla perdita di valore del lavoro, si manifesta sotto molte forme, compresa la crescente pressione ribassista sul welfare e su quei beni che definiamo comuni, ma si riflette anche sull’integrità e sulla coesione sociale.
Com’è evidente, il lavoro non è sezionabile, né riducibile solo ad alcuni degli ambiti. Non ci possono essere equivoci in merito: o il lavoro è centrale nella progettazione dei modelli generali e sovraordinati, oppure è complementare, se non addirittura accessorio, com’è la prerogativa di una merce che ha notoriamente un valore d’uso. Tutto il resto ne consegue. Non è questo il mondo che dovremmo augurarci per i nostri figli.
La situazione italiana ha ulteriori peculiarità, non solo per il livello insostenibile della disoccupazione giovanile, ma per le cause che la determinano e per gli ulteriori fattori che contribuiscono a rendere il nostro Paese ripiegato su se stesso e poco “ospitale” per i giovani.
In Italia, come in Europa, per scardinare una certa idea di stato sociale si è spesso utilizzato il tema del futuro dei giovani per giustificare imponenti processi di riforma e di regolazione del mercato del lavoro, secondo il principio concretamente smentito dalle circostanze, che fossero gli assetti del mercato del lavoro troppo generosi a vantaggio degli insider (gli adulti/i padri) a spiegare gli alti livelli della disoccupazione giovanile.
Oltre a essere sbagliate, queste teorie hanno alimentato un’inutile e deprecabile frattura generazionale: da un lato i cosiddetti “privilegi” dei padri riferibili principalmente alla stabilità del posto di lavoro e, dall’altro, le aspettative dei figli.
All’impossibilità di recuperare competitività (effimera) svalutando la moneta, si è sostituita così la svalutazione del lavoro che ha mitigato solo la diga eretta dai grandi soggetti sindacali confederali e in parte dai movimenti cooperativi.
In Italia sappiamo, di riforma in riforma, cosa è avvenuto, ma un conto è creare regole nel mercato del lavoro (che non creano lavoro, ma possono favorire l’occupabilità) funzionali all’impiego e al reimpiego, che lo rendano dinamico, orientato all’incrocio della domanda con l’offerta, e un altro conto è ipotizzare che siano le sue regole a determinare l’occupazione.
Il lavoro lo creano una serie di variabili macro strutturali: gli investimenti produttivi, un deficit e un debito pubblico sotto controllo che non agiscano in modo depressivo, costanti e consistenti investimenti in innovazione, ricerca, ammodernamento infrastrutturale, formazione continua e una burocrazia “amica” che concili trasparenza e correttezza con semplicità e celerità.
Per la complessità della nostra situazione e dei ritardi che abbiamo accumulato, oggi occorre assolutamente uno sforzo collettivo che sappia generare, concertandolo, un Progetto Paese di medio periodo, che intervenga su tutti i fattori strutturali.
Il mercato ha nuove regole, ora creiamo occupazione
di Annamaria Furlan / Segretario generale della CISL
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