Il lavoro può essere vissuto come un idolo o come una condanna. Nel primo caso il lavoro si mangia la vita, nel secondo si ritiene vita solo ciò che non riguarda il lavoro. In entrambi i casi si dimezza la capacità di essere pienamente implicati in tutti gli aspetti della vita. La domanda di come essere di più un “io” al lavoro resta aperta.
Si chiudeva con questa riflessione la mostra sul lavoro presentata al Meeting dell’anno scorso. Riassumeva lo spirito con cui più protagonisti avevano risposto alle domande di un gruppo di giovani su cosa vuol dire fare impresa, che formazione è utile per stare pienamente al lavoro, cosa vuol dire lavorare con gli altri e cosa vuol dire amare il proprio lavoro.
Avevo visitato la mostra con un gruppo di amici. Tutti, a vario livello, impegnati nel lavoro, perché formatori, o impegnati in Agenzie per il Lavoro, consulenti di politiche attive del lavoro o impiegati in strutture pubbliche per l’occupazione. Nessuno di noi è più in età da domande iniziali, piuttosto siamo più vicini a tirare le somme di quanto siamo riusciti a fare. Ma quelle domande ci riguardavano. Esse interrogano tuttora il nostro lavoro perché, se, in tutti i servizi che immaginiamo e promuoviamo, dimentichiamo che al centro c’è una persona, dimentichiamo anche che la vita è una e spezzare l’io è favorire l’alienazione, che fa diventare il lavoro una condanna e non aiuta chi invece ci chiede aiuto non solo per trovare lavoro, ma anche per farlo al meglio e mantenerlo.
Oggi il lavoro è tornato a essere un argomento difficile. Si sta trasformando velocemente e tornano a emergere contrapposizioni ideologiche che non aiutano ad affrontare le domande che il cambiamento in corso pone e che richiedono realismo e pacatezza, fuori da logiche di contrapposizioni legate a ideologie del passato.In primo luogo è difficile trovare lavoro. La crisi dell’ultimo decennio ha reso più complicato, anche per chi ha investito in corsi di studio, l’incontro fra domanda e offerta di lavoro. L’assenza di percorsi di formazione professionale, sia di preparazione professionale sia di livello professionale specialistico, ha fatto emergere che le imprese hanno talvolta bisogno di assumere ma non trovano le professionalità di cui hanno bisogno.
L’attuale, pessimo, percorso di transizione scuola-lavoro sta alla base della disoccupazione giovanile che è in Italia a tassi da record. Ma conferma un ritardo nel rapporto formazione-istruzione-lavoro che viene da prima della crisi e che solo recentemente è stato oggetto di riforme mirate per introdurre il sistema duale nella formazione professionale, favorendo i contratti di apprendistato per i primi livelli di inserimento lavorativo.
Per chi trova lavoro si apre poi il tema di trovare un lavoro “sicuro”. Possiamo anche essere convinti che non ci sia più un solo lavoro che duri tutta la vita ma, quando si è personalmente coinvolti, non ci si puòi accontentare di contratti che non danno garanzie, di una paga che vale meno della paghetta che passava papà, della totale assenza di tutele, soprattutto sapendo che nessuno si prenderà carico del bisogno di un altro lavoro alla conclusione del contratto.
Stages e tirocini per l’inserimento lavorativo dei giovani possono essere utili ma non sono contratti di lavoro. Se usati due volte possono essere forme diverse di prova rispetto all’alternanza scuola-lavoro; a volte diventano forme di gestione del personale in molte aziende, che così non assumono mai in via definitiva, diventando forme odiose di aggiramento delle tutele minime e dei diritti di chi lavora.
Si può anche decidere di inventarsi il lavoro. Oggi è addirittura di moda lanciare start-up. Ma fare impresa è una cosa serissima. Servono supporti per valutare bene l’idea imprenditoriale e trasformarla in una realtà di impresa che abbia un suo percorso di sviluppo. E in più viviamo in un Paese dove la burocrazia non ha fatto i passi indietro necessari per avere un ecosistema 4.0, ed è ancora molto pesante per chi vuole rischiare nel fare impresa e vivere creando lavoro per sé e per altri.
In questi stessi anni le trasformazioni del lavoro hanno creato tensioni nell’ambito del nostro sistema di welfare. La sicurezza sociale individuale, disoccupazione e pensione, assistenza e sanità, sono strettamente legate all’occupazione, al reddito che deriva dal lavoro. Ma se il lavoro è incerto, è spezzettato, se sempre meno sono i contributi che entrano per pagare chi esce dal mondo del lavoro, il sistema si trova in tensione.
Un Paese che già non premiava gli investimenti per i giovani rischia adesso di aumentare ancora di più la spesa pubblica per gli anziani, peggiorando le possibilità per chi inizia ora a lavorare di poter avere le stesse tutele delle generazioni precedenti.
Tutte queste questioni aperte fanno sì che anche la spinta alla solidarietà che nasceva quasi naturalmente fra chi viveva la stessa condizione lavorativa sia oggi in crisi. Le relazioni con l’altro sul lavoro diventano un peso e una competizione, mentre a lungo hanno rappresentato il modo più naturale per fare nascere relazioni umane e movimenti solidaristici e sindacali che portavano i problemi del lavoro all’attenzione di tutti, sia per avanzare proposte di crescita nei diritti e nelle tutele del lavoro, sia come capacità di creare protezioni per i periodi di difficoltà lavorativa.
Tante sono allora le difficoltà che il lavoro sta vivendo ma occorre alzare lo sguardo a partire dalle domande di base che la mostra dell’anno scorso ha posto. Anche le generazioni precedenti hanno avuto le loro difficoltà, eppure non si sono piegate. Non importa nemmeno che si commettano errori, piuttosto è importante che ci si misuri con il rischio di commettere ulteriori errori e non ripetere quelli del passato. Per questo è importante che si possano incontrare realtà che dimostrino che si può reagire, che c’è chi non si rassegna, che è ancora possibile amare il lavoro e la vita tenendoli assieme.
Per questo, con i miei amici, mi sono trovato a collaborare con i giovani che avevano posto le domande nella mostra dell’anno scorso e da questa collaborazione è nata MeshArea per il Meeting 2018.
La riflessione è stata semplice e, come sempre, difficile da realizzare. Ma, ci siamo detti, molte realtà che frequentiamo e conosciamo per la nostra professione dicono il contrario della vulgata pessimistica sul lavoro.
I centri di formazione professionali di molti nostri amici, già oggi, formano professionisti molto richiesti dalle imprese. Fanno corsi di base triennali, corsi per adulti, fino agli ITS e hanno da subito investito sui percorsi duali. Collaborano strettamente con le imprese ma difficilmente possono essere ritenuti proiezioni produttivistiche della formazione. Sono “scuole” che formano professionisti ma mettono al centro l’educazione alla bellezza. Poche ore di italiano tradizionale ma concorsi di poesia e letteratura, o prove di pittura e scultura così come recite teatrali. Perché in questo modo si fanno emergere le soft skills, come si dice oggi. Noi preferiamo dire che così ci si educa a sviluppare tutte le dimensioni dell’umano e quindi ci si impegna per lo sviluppo integrale della persona.
Quando ci si immagina di avere come protagonisti della MeshArea anche coloro che si occupano di servizi al lavoro e politiche attive, torna spesso alla ribalta la centralità della persona. Si tratti di centri pubblici per l’impiego o Agenzie per il Lavoro private. Vogliamo partecipino facendo vivere per una settimana i servizi di cui vanno più fieri. Sono queste le sedi dove chi ha bisogno di lavoro deve trovare chi gli si affianca e insieme si cercano nuove vie e nuova formazione per una ricollocazione lavorativa soddisfacente.
Il lavoro che cambia ha cambiato anche le imprese. Molte hanno iniziato a investire in formazione, nell’alternanza scuola-lavoro, nel favorire l’inserimento di giovani per investire sui loro talenti. Vogliamo ascoltarli per capire di più cosa già accade nelle organizzazioni aziendali più evolute. Quelle che in fondo – come i “nostri” formatori – sono convinte che conti la formazione specialistica ma conti anche una personalità sviluppata pienamente.
Last but not least, stare insieme per solidarietà è per noi un valore. Non importa se oggi non è alla ribalta della stampa né se risulta minoritario. Crediamo che chi lavora assieme, chi vive gli stessi problemi di lavoro, se condivide il giudizio sulla propria condizione da cui partire, per avanzare proposte e tutele per tutti, ha la possibilità di dare un importante contributo alla sua libertà ma anche al bene comune. Per questo vogliamo che il sindacato ci racconti cosa fa per esserci, laddove oggi il lavoro vive le più grandi difficoltà.
Sono convinto che così si possa dare un contributo a sviluppare le domande nate l’anno scorso e portare avanti nuovi interrogativi. Non possiamo obbligare gli altri ad amare il lavoro quanto lo amiamo noi, ma vogliamo indicare a quanti vorranno vedere MeshArea che, anche nel pieno di un cambiamento profondo del lavoro, è possibile mantenere viva la domanda di uno sviluppo che valorizzi nel lavoro la socialità dell’uomo e la sua apertura agli altri, nel condividere il futuro.