Lavoro: è questo il “tema dei temi” nell’attuale momento italiano. Strumento principe di sviluppo e rilancio del Paese, ma anche occasione di educazione, di recupero della fiducia e di svolta da tante incertezze e paure. Lavoro che deve essere creato, sgobbando sodo, e lavoro che deve essere vissuto con testa e cuore. “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia”, diceva l’Amleto di William Shakespeare. È la compromissione con la realtà, per quanto dura e a volte drammatica, è l’investimento delle energie per trasformarla, nel proprio piccolo, a offrire la possibilità del cambiamento, personale e sociale.
Il momento congiunturale, come sappiamo non è dei migliori. La globalizzazione, la grande crisi economico-finanziaria scoppiata dieci anni fa, con il drenaggio di risorse dall’economia reale alla finanza, le profonde trasformazioni in atto nel mercato del lavoro, accompagnate dalla difficoltà a formare nuove competenze in tempo breve, sta mettendo alla prova il tessuto sociale ed economico italiano. Nel complesso, la disoccupazione rimane superiore all’11%; sono oltre 2 milioni i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e che non studiano (maglia nera nell’Unione Europea); oltre la metà dei lavoratori fino a 25 anni sono precari; il tasso di disoccupazione al Sud e tra i giovani rimane altissimo e si assiste a nuovi fenomeni migratori di chi abbandona il Meridione in cerca di opportunità lavorative; l’occupazione femminile, pur in aumento, rimane la più bassa d’Europa; drammatica è la situazione dei non pochi 50enni e 60enni che rimangono senza lavoro e sono ben lontani dalla pensione.
Come siamo arrivati a questo punto? In una prima fase della globalizzazione, molte produzioni a basso livello tecnologico, che assorbivano tanta occupazione, come l’assemblaggio, si sono trasferite nei Paesi in via di sviluppo. A questo si sono aggiunti i rapidi e radicali mutamenti tecnologici che hanno richiesto importanti adeguamenti delle abilità richieste ai lavoratori e l’emergere di nuove figure professionali precedentemente inesistenti. Tra il 2013 e il 2017 si stima che la crescita di queste nuove figure sia stata del 280%. Recenti ricerche prevedono che, entro 5 anni, circa un terzo delle competenze richieste nel mercato del lavoro riguarderà delle abilità che oggi non sono ritenute centrali, che oltre la metà dei lavori che verranno svolti tra vent’anni devono ancora essere inventati e che circa il 50% di quelli che conosciamo verrà automatizzato. Nuove tecnologie, inoltre, stanno portando all’automazione di un crescente numero di attività.
Ne consegue che, nella maggior parte dei Paesi europei, si riscontra un aumento della domanda di personale con competenze di alto livello e una contemporanea diminuzione della domanda di lavoratori con basse competenze e poco istruiti. Il “mismatch” tra formazione e mansioni è piuttosto significativo e riguarda in media il 30% dei lavoratori (fonte Ocse). Il fenomeno riguarda anche una qualificazione superiore rispetto alle mansioni svolte (in particolare nel Sud Italia), ed è segno della difficoltà a coniugare le competenze del lavoratore con la domanda delle imprese e con le caratteristiche dei territori.
Il tema della crescita di nuovo capitale umano però non riguarda solo l’acquisizione di nuove abilità, come ad esempio quelle richieste dalla digitalizzazione, ma è centrale anche in un altro senso. Le nuove professioni rendono più importanti competenze trasversali quali la capacità di risolvere i problemi, di collaborare, di comunicare. È più facile acquisire conoscenze tecniche e professionali, in continua evoluzione, se si hanno passione, grinta, umiltà, creatività, apertura mentale verso ciò che avviene. La capacità di lavorare con altri in team può avvenire solo se si è naturalmente relazionali e socievoli; gli imprevisti, belli e brutti, si affrontano solo se si hanno responsabilità e stabilità emotiva. Queste capacità trasversali sono parte integrante della personalità umana (infatti vengono chiamati character skills dai ricercatori che li stanno studiando).
Mentre i cambiamenti in atto hanno già comportato una diminuzione generale dell’occupazione nel nostro Paese, soprattutto in alcuni settori e nelle regioni meno sviluppate, da tempo le nazioni del terzo e quarto mondo stanno investendo massicciamente anche in istruzione e sviluppo tecnologico e stanno diventando concorrenziali in settori altamente innovativi.
Per poter tendere, come ogni Paese stabile e civile dovrebbe fare, a una piena occupazione, servono politiche strutturali che permettano di rilanciare l’economia e l’intero sistema Paese, tenendo testa alla concorrenza internazionale e ai continui cambiamenti tecnologici. Non bastano misure redistributive e, per quanto benvenute, nemmeno nuove regole per offrire più garanzie ai lavoratori.
Il recente dibattito pubblico in tema di lavoro vede contrapposti due punti di vista: da una parte quello di chi pensa che il problema sia l’incertezza del posto di lavoro e la possibilità di perderlo, e quindi propone di rendere il più difficile possibile il licenziamento o l’adozione di contratti brevi. E, dall’altra parte, domina la preoccupazione di chi non vuole disincentivare le imprese ad assumere e per questo ritiene che sarebbe meglio rafforzare le tutele per chi perde il lavoro. Entrambi gli approcci si concentrano sulla fase “in uscita”, ma ancora troppi pochi sforzi si stanno facendo per oliare il meccanismo che favorisce l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, per orientare nella ricerca, nella riqualificazione, nell’affronto di un percorso utile a trovare occupazione dopo la scuola o quando il lavoro viene perso.
A questo è dedicata la MeshArea ospitata al Meeting di Rimini 2018. Un intero padiglione adibito a luogo di incontro, dibattito e vero e proprio momento di lavoro a sostegno di chi sta cercando una occupazione.
Una delle mostre più seguite del Meeting 2017 si intitolava “Ognuno al suo lavoro: domande al mondo che cambia” con la quale si erano cominciate ad approfondire, tramite la condivisione di esperienze, le più importanti problematiche che riguardano questo mondo. “Al centro della mostra 2017 c’era la possibilità di un incontro, la proposta di non vivere da soli la propria ricerca di lavoro, o la propria esperienza di lavoro. Quest’anno ripartiamo da qui: dall’incontro. E ripartiamo rilanciando”, ha detto Marco Saporiti, uno dei protagonisti l’anno scorso della mostra e quest’anno di MeshArea (padiglione B1 della fiera di Rimini), con la quale si continuerà quel percorso, approfondendolo ulteriormente, anche dal punto di vista operativo. “Mesh” in inglese significa “rete”: in quest’area sarà appunto possibile incontrare altre persone, entrare in un network virtuoso da cui trarre informazioni e contatti utili alla propria vita professionale.
MeshArea: vivere il lavoro
di Giorgio Vittadini / Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà
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