Trimestrale di cultura civile

Università: la spinta propulsiva della terza missione

  • AGO 2022
  • Remo Morzenti Pellegrini

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Il sistema università, perno della conoscenza, può e deve fare molto in quanto soggetto fondamentale per orientare e sensibilizzare la società. Soggetto strategico per gettare le premesse di quel fondamentale percorso di riforme, sul piano socio-economico e culturale, che il Paese attende. In tal senso la missione di creare rapporti con la società civile e il territorio diventa una fondamentale opera di “trasferimento” di conoscenza. E non solo verso il mondo delle imprese. Nelle forme più svariate e incisive. L’università è chiamata a sforzi senza precedenti per rispondere a questa missione. E la risposta non può che essere quella di un ri-pensamento della propria natura e del proprio ruolo. Con e nella società. Un serbatoio indispensabile nella formazione della nuova classe dirigente. Nell’epoca degli shock sanitari, umanitari e morali.

L’università costituisce certamente una delle istituzioni più longeve del nostro ordinamento. Nel corso dei secoli, essa ha provveduto all’elaborazione e alla trasmissione del sapere e della cultura, sebbene in passato sia anche stata definita, a volte, come una “torre d’avorio”, in ragione della mancata piena integrazione con il resto della società e i bisogni della medesima, in particolare con la sfera economica e sociale. Una siffatta percezione è stata tuttavia superata, o quantomeno ridimensionata, a partire dall’assunzione da parte degli atenei della c.d. “terza missione”, che si è aggiunta alle altre due tradizionali missioni dell’università, ossia la didattica e la ricerca scientifica. Tre attività, dunque, tra loro complementari, che idealmente si arricchiscono vicendevolmente l’una con l’altra: infatti, l’incontro con la società e le relative necessità stimola nuovi interessi, apre a nuove tematiche di ricerca, migliora la qualità della didattica.

La terza missione, in particolare, consiste nel creare rapporti con la società civile e il territorio allo scopo, inizialmente, di trasferire le conoscenze accademiche verso il sistema produttivo e poi, secondo una visione che è andata via via allargandosi, di svolgere un ruolo propulsivo a livello culturale e sociale, accompagnando, preparando e anche determinando i cambiamenti e lo sviluppo dell’intero sistema di riferimento.

Rapporto sinergico e osmotico

Il primo esercizio di Valutazione della Qualità della Ricerca VQR 2004-2010, a opera dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), ha rappresentato un iniziale tentativo di definizione e misurazione dell’impatto sociale, oltre che dei risultati nell’ambito della terza missione raggiunti da atenei ed enti di ricerca, nell’ottica della valutazione di “qualità dei processi, risultati e prodotti delle attività di gestione, formazione, ricerca, ivi compreso il trasferimento tecnologico”.

Nel dettaglio, la terza missione include iniziative di trasferimento tecnologico dall’università al mondo produttivo in una prospettiva di innovazione, ma anche tutte quelle azioni, ricomprese nella categoria del c.d. public engagement, dotate di valore culturale, educativo e di sviluppo della società, con cui il mondo dell’università entra direttamente in contatto, abbattendo ogni barriera tra comunità accademica ed esponenti della società civile, creando un rapporto sinergico e osmotico.

Si pensi, a titolo esemplificativo, alle attività di valorizzazione del patrimonio culturale, alla realizzazione di eventi e iniziative culturali e di divulgazione scientifica, alle opere d’arte ricevute dagli atenei a titolo di donazione e/o di comodato d’uso gratuito da soggetti esterni.

Gli atenei diventano, in altri termini, attori sempre più importanti nell’ambito di reti territoriali volte a favorire la circolazione della conoscenza e l’internazionalizzazione del tessuto sociale locale, configurandosi come vere e proprie “ambasciate culturali”.

Ancora, ampliando il proprio orizzonte, l’università è giunta a offrire un fondamentale contributo alla “costruzione sociale dell’innovazione”: la creatività e il sapere non possono più rimanere appannaggio di pochi eletti appartenenti alla comunità scientifica, ma debbono essere in grado di svolgere una funzione di orientamento e sensibilizzazione della società, così da accompagnarla e indirizzarla verso nuove abitudini e mentalità, resesi necessarie dai repentini cambiamenti sistemici.

Mai come negli ultimi anni, infatti, stiamo assistendo a mutamenti rapidissimi sul piano sociale e tecnologico, che ci costringono a cambiare stili di vita, abitudini, modalità organizzative del lavoro e dell’economia più in generale. Pare che la “normalità”, intesa tradizionalmente come regolarità o consuetudine, non esista più: la nostra normalità è ormai una sequenza di eccezionalità, di crisi e di emergenze e l’incertezza di questi tempi – dal terrorismo, alla crisi pandemica e oggi al conflitto bellico in Ucraina – sta sempre di più connotando, in negativo, le aspettative di futuro soprattutto delle nuove generazioni. Queste tensioni, tuttavia, anziché essere vissute come una spirale negativa, vanno comprese e guidate: di fronte a ogni nuova crisi, bisogna agire propositivamente e non solo reagire meccanicamente, in modo da innescare nuove opportunità di sviluppo.

Un’emergenza su scala mondiale è indubbiamente quella ambientale, passata però drammaticamente quasi in secondo piano per effetto dei predetti eventi, che solo apparentemente, o solo in parte, possono essere considerati più urgenti: gli effetti devastanti del cambiamento climatico costituiscono, infatti, una preoccupante e innegabile realtà, un debito che non possiamo interamente far pagare alle nuove generazioni.

Ecco che, a fronte di sfide epocali, è sorta l’ormai improcrastinabile necessità di assumere impegni e iniziative egualmente rilevanti che, coinvolgendo inevitabilmente tutto il sistema, chiamano a raccolta in prima battuta tutte le forze della società civile e, al suo interno, l’università, legata alla stessa società civile proprio in attuazione della terza missione. In tale contesto, ci si trova di fronte alla necessità di effettuare uno sforzo senza precedenti allo scopo di innescare una svolta prima di tutto di natura culturale, superando una volta per tutte le rigide categorie di pensiero che ormai risultano non più in linea con la realtà.

Digitalizzazione in ogni campo

La matrice comune o, in altri termini, il presupposto del “cambio di passo” che, tra l’altro, le nuove generazioni stanno invocando ormai da tempo a gran voce, deve essere individuata nei valori della conoscenza, della competenza, dell’innovazione, della valorizzazione del capitale umano, della sostenibilità e della transizione ecologica, oltre che della multi e interdisciplinarità.

In questo scenario, impegnativo come non mai, l’università può e deve fare molto in quanto soggetto in grado da sempre di orientare e sensibilizzare la società, gettando le premesse culturali per quelle riforme che saranno efficaci nella misura in cui saranno vissute, metabolizzate e condivise dall’intero sistema socio-economico-culturale.

Alla luce di tale impostazione, credo vada letto, ad esempio, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), in cui la necessità di mettere al centro la conoscenza e la competenza attraversa e interessa tutte le “missioni” individuate, venendo a costituire la chiave per il loro successo a prescindere dagli specifici temi a ciascuna affidati.

Un altro tema trasversale è la digitalizzazione in ogni campo, compreso quello della pubblica amministrazione, la quale porta con sé non solo semplificazione e innovazione, ma ridefinisce anche forma e sostanza del processo decisionale pubblico; la digitalizzazione, pur altamente auspicabile, non può a ogni modo travolgere aspetti quali la riservatezza dei dati personali e la sicurezza informatica, diritti sempre più frequentemente e gravemente minacciati, in particolar modo di quelle persone non dotate di adeguate e aggiornate competenze. Ecco, allora, che la conoscenza non può totalmente “cedere il passo” alla tecnologia, lasciando sul campo secoli di tradizione umanistica che, invece, l’università, per sua vocazione, conserva, trasmette e sviluppa, attraverso un’innovazione consapevole ed equilibrata.

A fronte del quadro estremamente complesso in cui ci troviamo a vivere, sono quindi le nuove generazioni a rischiare di più; di conseguenza l’università, che ha già dimostrato grande resilienza assicurando la continuità delle proprie funzioni nei giorni più bui della pandemia, ergendosi a vero e proprio punto di riferimento per gli studenti, quasi come una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta, deve continuare a fungere da guida e fare la propria parte, affinché conoscenza e competenza vengano a costituire la chiave della ripresa socio-economica.

Non solo: essa deve divenire stimolo per un nuovo umanesimo e rinascimento, in modo da realizzare appieno la sua terza missione la quale, al cospetto delle emergenze da affrontare, assume oggi più che mai una pari dignità rispetto alle altre attività “tradizionali” dell’università.

In definitiva, l’ulteriore valorizzazione della terza missione riflette la necessità di affidare e riconoscere agli atenei un ruolo sempre più strategico nell’odierna società ed economia della conoscenza, per le quali il sapere rappresenta la risorsa principale, un “moltiplicatore” di valore a tutti i livelli, in una logica multidisciplinare imprescindibile per affrontare le sfide dei tempi attuali.

Specularmente, è necessario che il mondo universitario si metta sempre di più a disposizione del territorio in una prospettiva di lifelong learning, ovvero di formazione permanente, anche per gli adulti e dei già laureati, proprio al fine di promuovere al meglio i valori etici, culturali, di crescita sociale e di sviluppo civile che costituiscono i presupposti necessari per vincere le già menzionate sfide. In tale ottica, ancora una volta, è richiesto al sistema universitario di andare ben oltre le attività “tradizionali” e di calarsi nel territorio e nella società, così da produrre “beni” di interesse e utilità pubblica tramite iniziative di coinvolgimento dei cittadini, rendendo così la comunità “consapevole”, ovvero componente attiva e partecipe nei percorsi di innovazione, cambiamento e adattamento alla mutevole realtà dei nostri giorni.

Soggetto “territoriale”

L’università, perciò, non si pone più esclusivamente quale luogo di formazione e di ricerca, ma diventa un vero e proprio “soggetto istituzionale territoriale”, al servizio delle altre istituzioni del territorio e in relazione con queste, un autentico protagonista delle dinamiche e delle trasformazioni socio-culturali.

Tuttavia, solo con la consapevolezza dell’importanza e del carattere strategico della propria terza missione – non a caso divenuta di recente oggetto di valutazione e di fissazione di benchmarks di riferimento – le università potranno considerarsi davvero interpreti di quel ruolo che la storia, e oggi l’attualità, le hanno consegnato, pur nell’eterogeneità che caratterizza il nostro sistema di istruzione superiore. Esso vede infatti la presenza di atenei c.d. “monotematici” accanto ad altri “generalisti”, così come atenei che si collocano come punto di riferimento nei propri ambiti territoriali e altri, invece, che si inseriscono in un territorio già caratterizzato dalla presenza di numerose altre università, specialmente nelle città metropolitane del nostro Paese.

Un’evidente criticità del sistema nella valutazione degli atenei riguardo la terza missione risiede negli indicatori utilizzati, che fanno apparire più performanti quelle università dedite alla creazione di spin-off con imprese del territorio e alla realizzazione di brevetti e attività “conto terzi”, a scapito di quei centri di ricerca che trattano eventi culturali di interesse per la collettività, come ad esempio della programmazione (condivisa) di un nuovo corso di laurea in linea con i bisogni della società.

In altri termini, paiono maggiormente “riscontrabili”, soprattutto nel breve termine, gli effetti tecnologici e/o scaturenti da un algoritmo rispetto alle attività di divulgazione scientifica, quali la realizzazione di eventi e iniziative culturali aperte al pubblico. Forse queste ultime non producono un effetto immediatamente riscontrabile, ma consentono nel medio e lungo periodo di apprezzare la vicinanza e l’importanza di un ateneo rispetto al territorio ove si inserisce. Ad esempio, uno dei principali effetti che nel tempo si è riscontrato è l’aumento progressivo del numero delle immatricolazioni, che sta a significare l’aumento delle possibilità per i giovani di quel territorio di realizzarsi nel percorso della vita accademica e lavorativa.

L’università, del resto, si pone innanzitutto come istituzione che, al pari della scuola, riveste un ruolo essenziale e imprescindibile nella società volta, come ricordava Calamandrei, alla “formazione della classe dirigente”. Università, dunque, come luogo di rinascita e formazione per affrontare con gli adeguati strumenti il futuro che ci attende. In merito a quanto detto, già oltre venticinque anni fa, interrogandosi sul ruolo dell’università, il rettore dell’Università di Harvard, Derek Bok, si rivolgeva ai suoi studenti scrivendo: “Noi non siamo capaci di prepararvi per quel lavoro che quasi certamente non esisterà più intorno a voi. Ormai il lavoro, a causa dei cambiamenti strutturali, organizzativi e tecnologici è soggetto a variazioni rapide e radicali. Noi possiamo solo insegnarvi a diventare capaci di imparare, perché dovrete reimparare continuamente”.

Così, se la storia delle università è innegabilmente stata (e lo sarà ancora) componente essenziale dell’evoluzione della società moderna, alla stessa maniera essa stessa deve essere capace di ri-conoscersi, cioè deve ripensare la propria natura e il proprio ruolo con e nella società. E la terza missione non può che essere la risposta di questo ri-pensamento, di questa con-versione, poiché essa sarà il paradigma attraverso il quale potremo cogliere la complessità delle sfide odierne, opportunità da cogliere per chi sarà in grado di progettarsi, dando avvio a qualcosa di nuovo e non atteso, ma forse, proprio per questo, salvifico, nell’epoca delle crisi sanitarie, umanitarie e morali.

Remo Morzenti Pellegrini è Professore ordinario di Diritto amministrativo, già rettore dell’Università degli Studi di Bergamo e attualmente vicepresidente della Scuola Nazionale dell’Amministrazione.

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