Trimestrale di cultura civile

La ragion d’essere dell’UE messa alla prova

Il nuovo shock globale dovuto alla guerra provocata dalla Russia di Putin accende domande sul destino dell’Europa. Siamo sprofondati in una fase complessa che non immaginavamo. Che certifica la fine di questa globalizzazione e fa saltare il banco delle illusioni. L’UE come reagirà davanti a un accadimento così inaspettato? E su quali fondamenta potrebbe ripartire? Questo e altro nel percorso del nuovo numero di Nuova Atlantide. Un grande punto interrogativo che interpella l’uomo europeo. L’uomo occidentale.

Questo numero di Nuova Atlantide veniva pensato in largo anticipo sul 24 febbraio 2022, data del drammatico avvio dell’invasione della Russia di Putin all’Ucraina. In origine s’intendeva costruire un monografico sull’Europa, per avviare una riflessione aperta e non definitoria sul suo stato di salute; le criticità più evidenti e i motivi all’origine; il richiamo a riforme necessarie e a piani di sviluppo per fornire argomenti convincenti alla sua stessa ragione d’essere. Nella prospettiva di un possibile protagonismo dell’Europa sulla scena globale in considerazione della difficile interlocuzione fra USA e Cina. Poi, ecco l’irruzione nella realtà di un fattore tragico, lo shock della guerra sul fianco est del Vecchio Continente, improvvisamente apparso ancora più vecchio e probabilmente smarrito. Si è entrati nel tempo del quarto shock planetario in appena vent’anni di XXI secolo, dopo le torri gemelle, la tragedia economico/finanziaria del 2008, la pandemia da Covid-19. E così, come accaduto a tutti, la rivista ha subito l’inevitabile contraccolpo. Il pensato di prima è divenuto il ripensato di dopo. Non che il numero in lavorazione abbia preso una strada drasticamente diversa al punto tale da snaturarlo. Semmai, è corso l’obbligo di raffinare alcuni temi di fondo che già si era deciso di considerare proprio perché ritenuti dirimenti.

La copertina scelta denuncia tutta la complessità del momento storico nel quale siamo immersi: l’Europa oggi si presenta come un grande punto interrogativo. Vediamo e respiriamo la guerra. Questa guerra che è sempre la guerra. Questione che riguarda l’uomo. La sua verità, la sua povertà. Il suo perdersi, il suo ritrovarsi. Ci siamo rivolti alla penna acuminata e “pietosa” di Giovanni Testori per poggiare questo numero della rivista su un solido pilastro di pensiero. Versi che inaugurano l’opera teatrale Macbetto – duri e crudi – commentati da Giuseppe Frangi. Versi alti, non distanti, che certificano la bassezza della guerra. E che aprono a domande, quelle semplici, quelle di sempre. Un rimando poetico, “corale” a una emergenza antropologica che, senza voler forzare alcunché, ci pare la nitida e sfuocata fotografia di un’Europa in carenza di senso. Quel testo e quel commento di Frangi sono l’editoriale del numero. Il primo segno concreto dell’opportuno e ragionevole ripensamento. Che, come indica Patrick J. Geary, non può prescindere da un’indagine sui motivi per cui affascina il nazionalismo etnico (così sostenuto da Putin) e da dove ripartire per avviare una drastica inversione della rotta:
“Né la razza né la lingua fanno una nazione. Gli uomini sentono nel loro cuore di essere un solo popolo quando hanno una comunità di idee, di interessi, di affetti, di ricordi e di speranze […]”.

 

UE smemorata. Un corso di recupero?

È convinzione condivisa che, comunque si uscirà da questa guerra, la cartina geografica verrà ridisegnata. Potrà essere che l’Europa sia parte passiva del ridisegno appannaggio esclusivo delle superpotenze. Una possibilità tutt’altro che remota avverte Lucio Caracciolo, direttore di Limes rivista italiana di geopolitica. L’Europa si è cullata in un sogno che già si era trasformato in incubo con la guerra nei Balcani di fine anni novanta del secolo scorso. Il risveglio fu traumatico. Nella sostanza la certezza della pace finiva allora. Ma l’Europa non se ne rese conto. Adesso, scrive Caracciolo, siamo di nuovo in guerra, anche se non vogliamo ammetterlo. Con una UE non proprio unita. Quel che di sconvolgente sta succedendo dovrebbe indurre gli europei a una presa di coscienza. E a fare i conti – questa volta per davvero e quindi sinceramente – con la propria storia. La frase di Romano Ferrari Zumbini, storico del diritto, che Caracciolo cita nel suo contributo, dice della portata della posta in gioco: “Nel momento in cui una comunità non sa più ragionare con il senso della storia, non sarà la storia a sparire ma quella comunità”. Sulla stessa linea di pensiero si muove la riflessione di Gianluigi Da Rold, che attribuisce all’assenza della buona politica e perciò dimentica della storia, il motivo dominante della situazione tragica nella quale si è precipitati. L’Europa, in particolare, appare dormiente. Comparsa e scomparsa. Incominci a recuperare un rapporto con il senso della realtà, invita Da Rold. A guardarsi dentro in cerca di ragioni autentiche.

Il pensiero di Joseph Ratzinger punta dritto al nocciolo del problema in un intervento del 2001. Riflette sui motivi che dovrebbero costituire l’essere Europa, misurandosi con la lezione della storia e i capisaldi culturali, con le tradizioni religiose e filosofiche. Ponendo all’attenzione crepe evidenti, il cardinale le attribuisce a un nuovo ordine mondiale fortemente stretto nella morsa di un’aggressiva razionalità tecnica foriera di nuove oppressioni e gestita da una nuova classe dominante. Si domanda, allora, se “non ha forse bisogno l’Europa, non ha forse bisogno il mondo proprio di elementi correttivi a partire dalla sua grande tradizione e dalle grandi tradizioni etiche dell’umanità?”. E di riferimenti alla tradizione cristiana, in modo particolare al pensiero sociale della Chiesa, pilastro nella costruzione dell’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale (con un rimando esplicito alla centralità avuta dalla cultura sussidiaria) si occupa Nadia Urbinati. Quasi fosse in dialogo con Ratzinger, la politologa ne sottolinea le intatte potenzialità quale risposta e freno agli autoritarismi: potere sociale sussidiario versus sovranità popolare centralizzata. E di recupero del pensiero dei padri fondatori dell’Europa, a partire da una riflessione profonda che deve investire la persona e le comunità (con uno sguardo e una profittevole attenzione ai giovani), scrive André Wilkens, direttore della Fondazione culturale europea. Piero Bassetti, dal canto suo, alimenta il dibattito e i pensieri appena indicati, sostenendo che merita di essere superato il concetto di Stato-Nazione. Nel contesto di un mondo glocale (storico e innovativo cavallo di battaglia di Bassetti con la sua fondazione Glocus et Locus) occorrono categorie interpretative del tutto diverse. Che tengano conto di orizzonti valoriali differenti dove il popolo è una somma di persone. Dunque, soggetto protagonista indispensabile del possibile cambiamento.

L’UE nel mondo glocale, secondo una prospettiva inclusiva (ecco le democrazie come soggetti in movimento), potrà dire la propria investendo sulle comunità plurali sempre più transnazionali.

Uguaglianza, alleanze e diritti

La guerra è l’evidenza più eclatante dello strappo. Una faglia che si allarga sempre di più. Jean-Paul Fitoussi (abbiamo deciso di pubblicare il suo intervento all’edizione 2021 del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli di Rimini, venuto meno il suo prezioso contributo al numero – al quale stava lavorando – a causa della sua improvvisa scomparsa) a proposito di emergenze, ha concentrato i propri studi sul tema dell’uguaglianza. Fitoussi, lucidamente, constata come il suo incremento nei singoli Paesi produca disaffezione, conflitto, ostilità. Con ciò indebolendo l’istituto della democrazia a tutto vantaggio di forme di governo autocratiche e illiberali. Impossibile, allora, non cogliere nessi tra la sua riflessione e le fratture in atto. In Europa, ma non solo. E sui drammatici motivi dell’allargamento della faglia si occupa Lech Walesa, premio Nobel per la Pace e politico di lungo corso, interpellato a due mesi esatti dall’inizio dell’invasione dell’Armata Russa in Ucraina. La realtà dei fatti rende indispensabile adoperarsi, a suo dire, per un rafforzamento della NATO e un indebolimento della Russia. L’Europa, così com’è, è destinata a un ruolo marginale. Il rapporto con gli USA deve rafforzarsi per contrastare l’offensiva cinese. Ma per raggiungere lo scopo certo non giova, a Est, la presenza di democrazie illiberali. Come dimostra proprio il caso Polonia che Walesa conosce, ovviamente, molto bene. Per Carlo Pelanda, tra Europa e Stati Uniti deve attuarsi un patto strategico per dar vita a un soggetto democratico globale, aggregante anche per diversi Paesi in via di sviluppo. Una sorta di impero globale delle democrazie in contrasto agli autoritarismi di marca cino-russa. Ma l’Europa, specie ora, deve investire sulla sicurezza e dunque nella formazione di un esercito comune. Da intendersi complementare all’Europa. Con un trasferimento all’UE della politica estera dei singoli Paesi. Lo caldeggia Mario Mauro, già ministro della Difesa ed ex vicepresidente del Parlamento europeo.

E del citato caso Polonia (ma anche Ungheria) in materia di riscrittura dei contorni del principio dello Stato di diritto, emblema di una Unione Europea zoppicante, si occupa Andrea Morrone. Ragiona così: diventa complicato pensare a una Costituzione europea in presenza di realtà a marcata connotazione sovranista. D’altronde, il perseverare e il diffondersi di tali posizioni di rottura verrebbero a mettere in discussione il destino stesso dell’UE. Già fortemente a rischio con l’accelerazione traumatica in atto. Tuttavia, ben prima che divampasse il conflitto bellico, era difficile non riconoscere i fattori di crisi che ne certificano il logoramento. Senza che questo abbia a disconoscere l’impegno profuso da diversi soggetti dell’Unione.

Il cammino precario delle riforme

Egoismi, particolarismi, interessi nazionali hanno fin qui incrinato il progetto di “Europa casa comune”. La questione di introdurre riforme sostanziali era decisiva prima tanto più lo è di questi tempi. Stelio Mangiameli suggerisce la revisione e, dunque, la riscrittura dei Trattati in quanto deficitari una volta messi alla prova. E lo fa riflettendo su dieci punti chiave. In sintesi, lo scopo della riscrittura coraggiosa dei Trattati va inquadrato nell’ottica di rafforzare l’esperienza dell’Unione politica.  Edoardo Ales analizza la difficoltà di un approccio di sistema in materia di welfare, di servizi alla persona. Le legislazioni nazionali, per così dire, sgomitano, frenano, non vogliono cedere lo scettro e questo impasse nei 27 e tra i 27 determina uno scollamento della visione comune che potrebbe portare a scelte condivise rispetto a una materia così fondamentale. E il ruolo della cosiddetta economia sociale, tanto più in ragione di questa guerra, diventerà strategico sia nelle forme di contrasto e sia nell’auspicata rigenerazione nel quadro di uno sviluppo sostenibile. Di questo si occupa Alberto Brugnoli, sottolineando il valore della cultura sussidiaria quale anello virtuoso della catena di welfare society. Una transizione che tenga conto della sussidiarietà già veicolo di un concetto e una pratica forte di trasformazione. E perciò tratto caratteristico di un’economia sociale dell’Unione Europea finalmente inclusiva.

E così, i contributi ragionano tra compiutezza e incompiutezza. Incompiutezza che denuncia Giovanni Mulazzani a proposito di Unione bancaria. Gli obiettivi che l’Unione aveva fissati per attuare misure oppositive al manifestarsi di shock finanziari sono stati realizzati in misura solo parziale. Occorre un’iniziativa della politica che vada a fondo dei problemi irrisolti e si adoperi per avviare una fase nuova per davvero. Un efficace ed efficiente cappello protettivo a proposito di significative scosse telluriche a livello economico-finanziario non è più rimandabile. Altre scosse, ma non meno rilevanti, sono quelle venutesi a registrare sul fronte dell’approvvigionamento energetico. Divenuto vieppiù allarmante con il conflitto nel cuore dell’Europa. Da ultimo, e quasi ad alimentare il senso della diffusa preoccupazione, proprio nelle ore precedenti il via libera alla stampa del numero di Nuova Atlantide, arriva la decisione della Russia di interrompere all’improvviso la fornitura di gas a Polonia e Bulgaria e la pretesa del pagamento in rubli, con conseguente accelerazione del prezzo sui mercati europei. Marco Ricotti, da uomo di scienza non incline a dissertazioni ideologiche (il tema, come sappiamo, si presta assai), apparecchia le questioni calde che toccano il nervo scoperto della transizione energetica. Evidenziando quale strategia necessita predisporre a medio lungo termine. Con un affondo sul nucleare, opzione che pare difficile, oggi più che mai, non tenere nella giusta considerazione. Proprio a supporto dei piani e degli obiettivi legati alla transizione energetica. Laddove gli stop – e quindi i mancati investimenti sull’atomo – chiamano in causa le politiche (o le mancate politiche) adottate negli anni in alcuni Paesi (Italia e Germania, soprattutto) e la qual cosa ha determinato una pesantissima e preoccupante dipendenza energetica verso la Russia. I cui effetti sono esplosi in misura dirompente con il conflitto.

Pericoli inediti, straordinarie opportunità

In chiusura del numero, abbiamo voluto riportare per intero l’intervento di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, al Meeting di Rimini 2021 (uno degli ultimi e più significativi prima della sua prematura scomparsa). Una voce in favore dell’Europa. Non in astratto, ma accorata e culturalmente affidata a quella spinta ideale che ritroviamo esplicitata negli interventi di Ratzinger, Urbinati, Wilkens, Walesa. Qui richiamiamo un passaggio del suo prezioso intervento che definisce la cifra umana e politica di Sassoli: “Non dobbiamo avere paura della crisi, non dobbiamo rassegnarci a un’opportunistica passività. Questo è un tempo di pericoli inediti ma anche di straordinarie opportunità, perché tutto quello che abbiamo costruito nella seconda parte del Novecento, sviluppando nei nostri Paesi democrazia e libertà, è chiamato oggi a confrontarsi con processi globali molto rischiosi, certamente complessi. La nostra idea di persona, di inviolabilità della vita umana, l’affermazione dei diritti universali, l’ispirazione allo sviluppo integrale della persona, sono gli ingredienti con cui noi ci presentiamo alle nuove sfide. Saranno sufficienti? Il traguardo di un nuovo umanesimo è certamente possibile, ma non è scontato”.

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