Trimestrale di cultura civile

Non basta il salario, l’uomo chiede dignità

  • AGO 2021
  • Gilles Lipovetsky

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Il problema delle imprese sarà inserire ascolto e rispetto tra i fattori di produzione del futuro. Bisogna ripensare l’educazione: l’uomo ha un bisogno vitale di sviluppo globale della persona. Parla Gilles Lipovetsky, filosofo e sociologo francese.

“I lavoratori chiedono di essere ascoltati, rispettati, e riconosciuti. Non si può vivere senza questo. Sopravvivere forse sì, ma non stare bene con se stessi, essere fieri di ciò che si fa. Se queste tre cose non sono prese sul serio, si può anche ricevere un ottimo salario ma soffrire molto le proprie condizioni di lavoro”.
Gilles Lipovetsky è un filosofo e sociologo francese. Nato a Millau nel 1944, insegna all’Università di Grenoble. Come molti altri, negli anni Sessanta iniziò la sua carriera come marxista, aderendo al movimento del Maggio ‘68 parigino. A partire dagli anni Ottanta i suoi studi si sono concentrati sull’analisi della società dal dopoguerra a oggi e sui suoi presupposti ideali e antropologici. Dopo il grande successo de L’era del vuoto: saggi sull’individualismo contemporaneo (1983), ha continuato a scrivere su temi come modernità, globalizzazione, consumismo, mercati, moda, media. I suoi ultimi saggi in italiano sono Piacere e colpire. La società della seduzione (Raffaello Cortina, Milano 2019) e L’estetizzazione del mondo. Vivere nell’era del capitalismo artistico, scritto con Jean Serroy (Sellerio, Palermo 2017).
“Di fronte a questa pandemia – dice Lipovetsky – abbiamo visto delinearsi due grandi posizioni. La prima: tutto cambierà, ci sarà un ribaltamento del nostro modo di vivere e di pensare. La seconda sostiene invece che non cambierà nulla. Michel Houellebecq, autore di successo mondiale ha detto: ‘Domani tutto sarà lo stesso, solo un po’ peggio’. Io non condivido né l’una né l’altra opzione. Questa crisi non porta a una rivoluzione strutturale, essa amplifica, accelera, logiche che erano già in atto. In particolare tre: la iper-tecnicizzazione, l’iper-individualismo, l’iper-consumismo”.

Come vede il mondo del lavoro? Cosa pensa di quello “a distanza”?
Non è una invenzione portata dalla crisi, la pandemia ha tolto il freno che la proprietà delle imprese metteva alla sua espansione. La logica del telelavoro sopravviverà alla pandemia perché è più produttiva: non si lavora meno bene, né per meno tempo. Inoltre, il telelavoro comporta per le imprese un’economia degli spazi che alla lunga permetterà di ridurre le spese per gli uffici. Inoltre, il telelavoro prosegue la logica dell’iper-individualizzazione della nostra società: con esso voi potete organizzare personalmente, in autonomia, il vostro tempo di impiego: potete lavorare al mattino presto, o al contrario di notte, senza un capo che vi obblighi a fare un certo orario d’ufficio. Io non penso, tuttavia, che questa forma di organizzazione del lavoro sia destinata a diventare pervasiva e onnipotente; penso che si svilupperà ma che non coinvolgerà tutti. Solo una minoranza finirà per lavorare sempre a distanza, perché rimane pur sempre il piacere di incontrarsi in ufficio con i colleghi, fumarsi una sigaretta, andarsi a prendere un caffè, parlare, avere delle relazioni. Per molta gente è impossibile lavorare da soli. In più, per chi ha una abitazione di lusso, lavorare da casa può essere anche una bella cosa, ma per chi abita in un appartamentino in città con due figli piccoli che piangono… è l’inferno. Non tutti sono nelle stesse condizioni. E poi, attenzione, l’impresa ha bisogno anche di un sentimento di appartenenza. La logica individualista l’ha quasi fatto scomparire: ciascuno fa per sé, pensa al salario, alle proprie condizioni di lavoro e alle prospettive future. L’impresa però, che è opera collettiva, richiede gente che si riconosca in un progetto, dunque è necessario che ci siano dei luoghi d’incontro, che ci si senta parte di una squadra. I tre ideali oggettivi sono decisivi per tutti gli uomini e le donne che lavorano: essere ascoltati; essere rispettati; essere riconosciuti. Si crede a torto che il lavoratore non domandi altro che di guadagnare del denaro.

Non è così? Ci sono in gioco fattori diversi?
Oggi ci sono molte sofferenze sul lavoro, ed è un problema non da poco. Non essere rispettati sul piano morale, sessuale – pensiamo alla lotta contro le molestie – è l’effetto del non essere riconosciuti come persone. C’è una dimensione morale nel lavoro che non può essere ridotta a una richiesta utilitarista, ma coinvolge l’aspetto della dignità. C’è una richiesta che ha una dimensione etica e anche estetica: ciò significa che lo scopo più profondo del lavoro è lo sviluppo, il fiorire della persona.

Il problema centrale oggi è la dignità del lavoro?
La domanda di dignità. Per tutto un lungo periodo che noi chiamiamo “prima modernità”, caratterizzato dal fordismo e dal taylorismo, la questione del rispetto della persona era trascurata: c’era della gente che comandava e altri che obbedivano, un po’ come nel film Tempi moderni di Chaplin.

La macchina umana, insomma.
I lavoratori venivano pagati, ma questo era tutto. La società contemporanea, legata all’edonismo, al consumo, all’individualismo, ha cambiato questo punto: la chiamiamo, infatti, cultura post-materialista, perché la domanda delle persone – questo appare chiaramente nei sondaggi – non è solo di guadagnare del denaro; avere un buon salario è importante ma non basta: autenticità, felicità, fioritura della persona sono questioni chiave. Il problema è che queste richieste si sviluppano in un momento in cui la sofferenza sul lavoro aumenta. Un tempo si soffriva la fatica fisica, il lavoro in miniera, la malattia, l’inquinamento... Oggi c’è una sofferenza mentale.

Un analista della società la avverte con chiarezza?
È enorme. A volte insopportabile: molta gente addirittura smette di lavorare. Ci sono forme di ricatto sul lavoro – non solo sessuale –, di isolamento forzato, forme di umiliazione. Un tempo la gente era abituata a essere maltrattata dai genitori, dalla famiglia, ma oggi non lo si può accettare. Ed è questa sofferenza a costare molto cara all’impresa: il dipendente maltrattato non è efficiente; si mette in malattia, produce meno. Io penso che abbiamo bisogno di un management nuovo, capace di ascoltare i salariati; di luoghi in cui si possano esprimere i problemi interni a un’azienda. Ci vorrebbero delle squadre di dirigenti diverse, bisogna trovare dei dispositivi di supporto, di ascolto, è qualcosa che si deve evolvere all’interno dell’impresa. Quando la gente è contenta del proprio inquadramento, dà di più: il lavoratore mette del suo in ciò che fa. Oggi c’è una competizione terribile a livello mondiale, l’impresa se non ha dei buoni gruppi di lavoro non può neppure vincere la concorrenza e guadagnare. Bisogna sensibilizzare le giovani generazioni che studiano nelle business-school, è lì che comincia una formazione d’impresa diversa. Bisogna partire dall’educazione.

Sul lavoro è importante sentirsi utili?
Sì. C’è una percentuale crescente di gente che soffre perché non sa a cosa serva ciò che fa. Soffre l’assenza di senso. Il risultato è che noi osserviamo, in numeri non enormi ma consistenti, persone che cambiano lavoro. È un fenomeno che esisteva anche prima, ma in maniera molto limitata. Tranne casi eccezionali, uno andava avanti tutta la vita con lo stesso lavoro. Oggi – ed è una cosa positiva – siamo tutti più flessibili. Ma perché queste persone cambiano mestiere? Perché non sono contente, per dirla in maniera molto semplice; hanno studiato, ma trovano il proprio lavoro frustante e allora preferiscono magari tornare a fare il panettiere, il contadino, l’artigiano, perché almeno fanno qualcosa di cui vedono il risultato. Io li capisco.

Forse si tratta anche di lavori meno alienanti.
Pensano: sono io che ho fatto questa cosa, è piccola, ma resterà. Di solito in una ditta ti occupi di cose che non sai a cosa serviranno, e alla lunga questo risulta insopportabile ed è una situazione che rischia di andare sempre peggio in un mondo digitale. Forse assisteremo sempre di più a dei mutamenti di traiettoria. Oggi un avvocato, nonostante gli studi che ha fatto, se non apprezza più il suo lavoro cambia settore, lo considera un proprio diritto.

Lei pensa che ci saranno questi micro-cambiamenti individuali più che delle lotte sociali in campo aperto?
C’è anche la lotta sociale, che può diventare forte, guardiamo in Francia i gilet gialli. Se l’Europa con la crisi da Covid-19 subirà un abbassamento del livello di vita, cosa a cui in questo momento sembra piuttosto difficile sfuggire, ci saranno dei movimenti sociali; si attivano le categorie, i piloti d’aereo si difendono… Ci potranno essere anche fenomeni più vasti ma, oltre a questo, ci saranno sempre più dei cambiamenti di traiettoria personali, gente che apre una start up, imprenditori innovatori che creano loro stessi il proprio lavoro, fenomeni gratificanti. Magari si lavora tanto e si guadagna poco, ma vediamo che i giovani sono attratti da queste soluzioni: non è solo per arricchirsi, è per trovare un senso a ciò che si fa. Questi ragazzi credono in ciò che fanno. Inventano qualcosa, ad esempio, per aiutare i disabili: è una strada possibile, individuale, ma allo stesso tempo si può tradurre anche in una prospettiva sociale. Vedo tanti giovani agricoltori che si lanciano nel “bio”, e ci credono. Hanno studiato e oggi vogliono un’agricoltura di qualità. Non è la stessa vita dei loro nonni, oggi l’agricoltura non è più la tradizione, è il futuro. Certo, questo vale per numeri piccoli, perché sappiamo che nell’economia dei Paesi sviluppati il settore agricolo coinvolge ormai solo il 4% degli occupati, eppure qualcosa si muove. Nascono delle imprese artigianali, anche nel campo della sanità, ad esempio, e ci siamo resi conto quest’anno di quanto sia importante: l’aiuto agli altri è un campo illimitato, perché la popolazione invecchia; riabilitare, accompagnare, aiutare a fare la spesa e a cucinare: il lavoro non manca. Il problema è che siano attività sostenibili, che questi giovani possano viverne. Ma nel campo dell’educazione, della sanità, dell’agricoltura, del piccolo artigianato, ci sono nuove strade nelle quali le persone possono trovare un modo di lavorare più gratificante.
Le attese dei lavoratori istruiti sono alte.
Siamo in una società democratica, e questa cultura dell’eguaglianza ha un impatto sociale, culturale, non solo politico. émile Durkheim lo ha detto in maniera magnifica: in una società democratica la gente non è più rinchiusa nell’ambiente di origine. Una volta, se tuo padre era contadino avresti avuto una vita da contadino, era normale. La nostra società ha molto aumentato le aspettative. L’uomo democratico è colpito da un male peculiare che è il desiderio dell’infinito. La sete dell’infinito. La società democratica ha aperto all’espansione dei desideri. Ma vediamo questa tendenza anche in Cina e nei Paesi emergenti: tutti vogliono vivere sempre di più e sempre meglio. E questo è qualcosa che neanche la pandemia può arrestare.
Ma il consumo non sazia questa sete.
Il consumo oggi è anche un mezzo per farci dimenticare un malessere interiore. Ha spesso una funzione palliativa, terapeutica: ci fa dimenticare gran parte delle nostre miserie. Quando siamo depressi andiamo a sentire della buona musica; le donne vanno dal parrucchiere; si parte per un viaggio. Un tempo si andava a messa, ma di credenti praticanti non ce ne sono più molti in Europa. Il consumo è ciò che permette a molta gente di respirare, di dimenticare, di compensare ciò che non va. Non dico che sia una buona cosa, dico che funziona così: si compra un’auto nuova; si va all’Ikea e si cambiano i mobili di casa, ci si stordisce. Il problema è che questo mondo dell’autonomia umana crea via via più insoddisfazione, crea frustrazione. Allora come si fa? C’è gente che si impegna nella vita sociale e morale, certo, ci sono i militanti, ma per molti altri il consumo aiuta a dimenticare le miserie quotidiane.
Insomma, cosa ci insegna questa pandemia?
Ci chiede di ridare gusto alla vita. Occorrerà investire molto nell’educazione. Non bastano le smart city, puntare tutto sulle nuove tecnologie e sui Big Data sarebbe un errore. Per rispondere alle aspirazioni più profonde dell’uomo io credo si debba dare nuovo spazio all’esperienza dell’espressione di sé, è un desiderio fondamentale. Per questo in tutti i Paesi sviluppati vediamo aumentare la richiesta di professioni creative. L’uomo ipermoderno non vuole più vivere per lavorare, consumare è buona cosa ma non basta. Andare al supermarket a placare le proprie angosce non basta. È una questione politica: se vogliamo ridurre l’impatto del consumo sul nostro modo di vivere, dobbiamo dare alla gente degli strumenti diversi. Non possiamo semplicemente fare la morale: bisogna comunicare un gusto. Se non sai cosa fare, ti butti sul consumo; ma se fai teatro, musica, scrivi un libro, il supermarket non è più così importante. L’homo sapiens è arrivato allo stadio in cui può immaginare degli ideali superiori al cambiare scarpe tutti i mesi. L’uomo di domani avrà un bisogno vitale di sviluppo globale della persona. Ai giovani bisogna dare strumenti per provare gusto nel fare le cose. Se la democrazia non vuole essere solo una questione procedurale, il rispetto delle regole, deve far fiorire l’individuo e la sua felicità, la sua realizzazione.

Gilles Lipovetsky è professore di Filosofia politica e Teoria del governo alla Harvard University. Spesso ospite di università in Europa (tra cui Oxford e la Sorbona) e in Asia. La sua ricerca è rivolta alla filosofia morale e politica.

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