Trimestrale di cultura civile

La dignità del lavoratore: corso di recupero

Non esiste il lavoro separabile dalla persona che lavora. Perché il lavoro non è una merce. Dunque, la dignità è sempre legata al lavoratore. Guida ragionata alla lettura del numero di Nuova Atlantide. Dove, nel percorso, si colgono le cause del sopraggiunto deficit e le ragioni perché torni a essere centrale. Anzi, permanente.

Anche per il mondo del lavoro vale quanto Gilles Lipovetsky osserva nella conversazione qui pubblicata: “Questa crisi…amplifica, accelera, logiche che erano già in atto”. E Joseph Stiglitz riconosce che “c’era molto di sbagliato nel mondo nel gennaio 2019” e con la pandemia “i problemi del cambiamento climatico e di una necessaria trasformazione delle strutture di base della società sono solo peggiorati”.
Del resto, già solo in Italia non mancano esemplificazioni in tal senso. Basti pensare al massiccio ricorso al lavoro a distanza, allo sciopero dei lavoratori di Amazon, oppure alle recenti contestazioni, finite in tragedia, dei lavoratori della logistica e ora all’aprirsi, sembra, dopo il parziale superamento del blocco dei licenziamenti, di una stagione di chiusure di aziende, probabilmente già da tempo in crisi e ai cui (ex) lavoratori lo Stato non è in grado di offrire altro che un sostegno economico. E l’elenco potrebbe continuare.

Il grande tema sotteso a queste e ad altre vicende e rilanciato a livello globale dalla situazione in cui ancora siamo immersi è la dignità non del lavoro, ma dei lavoratori: infatti, come dalla sua nascita insegna l’ILO (1919), il lavoro non è una merce, cioè non esiste lavoro separabile dalla persona che lavora.
Che cosa sia, in cosa consista, questa dignità, come sia intesa dai modelli di sviluppo economico, quanto sia effettiva nelle relazioni di lavoro e cosa debbano fare le politiche per realizzarla: è intorno a questi interrogativi che si strutturano le tre sezioni di questo numero della rivista, nel tentativo di offrire un contributo alla riflessione e – si spera – all’azione per rispondervi.

Economia digitale, crescita delle disuguaglianze: quale dignità per il lavoratore?
Attraverso la voce di alcuni premi Nobel per l’economia, la sezione “Scenari” prova, innanzitutto, a capire come la pandemia sta cambiando e cambierà il lavoro a livello globale.
Il filo rosso dei loro interventi sta nella parola “disuguaglianza”: comune è la costatazione che la pandemia ha accresciuto le disuguaglianze nel lavoro.
Secondo Michael Spence il crescente spostamento dai beni materiali a quelli immateriali, non soltanto digitali, al fine di determinare il valore delle imprese, produrrà un aumento della ricchezza a livelli esponenziali.
La grande domanda è: “Dove va a finire questo valore?”.
Quei beni, infatti, sono opera di “un numero relativamente piccolo di persone”, mentre digitalizzazione e macchine intelligenti cambiano il modo di lavorare, richiedendo alle persone una grande “transizione delle competenze”. Tutto ciò produce disuguaglianza e mette a rischio l’occupazione.

Per rispondere a questa sfida occorrono, secondo Spence, una distribuzione del reddito e della ricchezza, con la valorizzazione dei sistemi di sicurezza sociale, ma anche “istituzioni educative e di altro genere che aiutino le persone a superare queste transizioni, a riacquisire queste competenze”.
Joseph Stiglitz cita il maggiore calo dell’occupazione tra i lavoratori a basso salario rispetto a quelli con salario più alto negli Stati Uniti come esempio degli effetti negativi della pandemia. E riflettendo sull’utilità dei trattamenti di disoccupazione osserva che non è tanto un loro elevato livello a ritardare il “rientro delle persone nel mercato del lavoro”, perché “più importante è la distribuzione del reddito”. L’economista individua nella “misura della coesione sociale e della fiducia” l’elemento sottovalutato, ma determinante della performance economica e considera “entusiasmate” la sfida di questo presente di ripensare “l’equilibrio tra governo, mercati e società civile” e gli “obiettivi di politica economica e sociale”, vista l’inadeguatezza dei modelli odierni.
Si tratta di qualcosa di molto concreto, come mostra l’esempio della politica USA di riduzione della povertà infantile, perché “se i bambini crescono in povertà, senza un’adeguata nutrizione e salute, quando raggiungeranno la maturità non saranno membri attivi della forza lavoro. Quindi il modo in cui trattiamo le persone che stanno in fondo alla scala sociale non è solo una scelta di ‘politica umanitaria’, ma anche un passaggio importante di una strategia di crescita economica a lungo termine”.
L’interessante risposta di Michael J. Sandel alla domanda sulla dignità del lavoro è che essa consiste nell’esercitare le nostre capacità per rispondere alla fondamentale esigenza dell’uomo di essere necessari a coloro con i quali condividiamo una vita in comune. Ma non basta, occorre anche che l’apporto personale sia “riconosciuto” come contributo al bene comune dalla società e dalla politica.
Eppure, nonostante l’idea di governare la globalizzazione attraverso una ridistribuzione della ricchezza prodotta sia fallita, generando disuguaglianza, rabbia, disgregazione sociale,questa impostazione è regressiva. Come mai? Secondo Sandel “massimizzare il benessere dei consumatori sembra un obiettivo di politica economica neutrale” e facilmente condivisibile rispetto alle differenti opinioni su ciò che è importante nella vita.

L’intervista a Carl Benedikt Frey rivela connessioni storiche tra i periodi di crisi e recessione e l’automazione. Con la pandemia è il distanziamento sociale a indurre nuovi processi di automazione, perché le persone “agiranno in modo diverso da come facevano prima”, ad esempio preferendo “interagire con un cameriere automatizzato”.

Comunque, lo scenario che Frey prospetta vede la concentrazione del lavoro umano “sulle fasi di avvio, sulla fase di esplorazione del ciclo di vita della tecnologia”: infatti, “la sfida è generare cose nuove che abbiano senso per le persone, e in questo gli umani hanno ancora un vantaggio competitivo”, anche perché in questa fase contano interazioni sociali complesse e creatività.

Torna qui il tema della disuguaglianza come polarizzazione del lavoro, ma anche della politica, conseguente alla perdita di forza della classe media. Frey apre al riguardo una prospettiva interessante quando sottolinea che occorre pensare non solo a “cosa possiamo fare per migliorare un po’ i lavori sottopagati oggi?”, ma anche a “cos’altro possiamo fare per creare nuovi posti di lavoro per il futuro?”.

Partendo dal lavoro a distanza, il filosofo e sociologo francese Gilles Lipovetsky introduce nel discorso finora sviluppato un nuovo elemento: il lavoro, dice, ha una “dimensione morale […]che non può essere ridotta a una richiesta utilitarista, ma coinvolge l’aspetto della dignità.

C’è una richiesta che ha una dimensione etica e anche estetica: ciò significa che lo scopo più profondo del lavoro è lo sviluppo, il fiorire della persona”. D’altra parte, “c’è una percentuale crescente di gente che soffre perché non sa a cosa serva ciò che fa. Soffre l’assenza di senso”. Lipovetsky ne coglie la spia, più che nella lotta sociale, nel crescente fenomeno “dei cambiamenti di traiettoria personali, gente che apre una start up, imprenditori innovatori che creano loro stessi il proprio lavoro, fenomeni gratificanti”. D’altra parte, l’autore rintraccia l’origine di questa dinamica in “un male peculiare” dell’uomo democratico: “il desiderio dell’infinito. La sete dell’infinito” e legge il consumo come “mezzo per farci dimenticare (questo) malessere interiore”. La pandemia “ci chiede di ridare gusto alla vita” e per farlo “occorrerà investire molto nell’educazione”.
I due articoli successivi possono leggersi come declinazioni specifiche del tema della dignità del lavoro.
Lungo questa linea, Pietro Ichino prospetta una trasformazione funzionale dell’azione sindacale nella duplice direzione di “servizio alle persone nel mercato” – per rafforzarne capacità d’iniziativa e di scelta tra le imprese – e di “servizio alle persone dentro l’impresa”, ampliato verso la “partecipazione organizzativa dei lavoratori”.
Gian Carlo Blangiardo, invece, si sofferma sul BES (benessere equo e sostenibile), strumento che esprime la multidimensionalità del concetto di “benessere” e dà voce alla dimensione complessa della persona, affiancandola a quella economica del PIL.

Il BES ha subito con la pandemia un processo di arricchimento concettuale, che riflette nuovi bisogni e crescita delle disuguaglianze, così da essere un utile strumento di comprensione dei fenomeni e d’impostazione delle politiche sociali.

Nuove sfide per le istituzioni pubbliche e sociali

L’attenzione si concentra successivamente sul ruolo regolatorio dei pubblici poteri e delle organizzazioni di rappresentanza. Con una particolarità: a questi soggetti, diversi autori lanciano intriganti sfide.

In tal senso, Pedro S. Martins propone all’Unione europea di sviluppare il lavoro a distanza internazionale come strumento per migliorare la competitività dei mercati del lavoro e diminuire “la discriminazione, promuovendo nel contempo una maggiore convergenza degli standard di vita in tutto il continente”.

Dal canto loro, Rob Wilson e Giampiero Montaletti si interrogano su un nuovo paradigma d’azione dei servizi pubblici alla persona, a partire dall’esperienza in atto nel Regno Unito denominata Human Learning Systems.

Il presupposto innovativo è che i servizi pubblici hanno per scopo di promuovere la libertà umana e la realizzazione delle persone.

La strategia, empirica se si vuole, è “imparare dalla realtà” e la realtà è la persona colta in azione nei sistemi di relazione in cui vive. Perciò non ci sono risultati standardizzati.
Suggestiva anche la provocazione di Michele Faioli al legislatore (italiano) e alle organizzazioni sindacali: lanciare l’immaginazione oltre l’ostacolo (l’emergenza pandemica) e immaginare il futuro di un lavoro “more than just a commodity” (il lavoro è molto di più, sopra e oltre il resto).

Cosa significa? “Una regolazione equilibrata del lavoro nasce dal potere dell’immaginazione”, cioè da visioni pluriennali che tengano conto di chi c’è oggi e di chi ci sarà domani.

Di sfide lanciate ai decisori politici e non solo si può parlare anche in relazione ai due saggi dedicati alla situazione dell’economia e del lavoro in Italia. Così Fulvio Coltorti rilancia la necessità di “riservare la massima considerazione al Quarto capitalismo”, fatto di piccole e medie imprese, “ma dove la media dimensione sottintende imprese aventi funzioni di integratori di sistemi locali”. Ma richiede anche una “nuova governance delle grandi società anonime” che consenta di “perseguire il benessere di tutti i portatori di interesse”, invece di massimizzare il valore per gli azionisti.
Nell’attenta analisi del mercato del lavoro italiano, invece, Andrea Brandolini, dopo aver rilanciato in chiave compensativa delle differenze tra trattamenti assistenziali, l’idea del reddito universale di cittadinanza, si interroga sulla possibilità di influenzare a monte la direzione del cambiamento tecnologico, piuttosto che curarne gli effetti negativi a valle.

Ambizioso, inoltre, è l’obiettivo di “rendere tutti partecipi” della liberazione del tempo dal lavoro; obiettivo “difficilmente raggiungibile senza ridistribuire il lavoro e modificare i tempi di lavoro, consapevoli che, pur con tempi fortemente ridotti, il lavoro rimarrà molto a lungo fattore di identità e riconoscimento sociale”.

I mille rivoli del lavoro
Tre interessanti affondi sono offerti nella sezione “Lo stato delle cose” su temi particolari: Enrico Marelli si sofferma sugli effetti della pandemia sulla condizione lavorativa dei giovani, Adalberto Perulli offre una panoramica, ricca e sintetica, della regolazione del lavoro autonomo nazionale e mondiale, mentre Bitange Ndemo e Giacomo Ciambotti analizzano la situazione occupazionale dei giovani in Africa.

Il tema della dignità emerge con prepotenza in relazione al lavoro tramite piattaforme digitali, che mimetizzano la natura della prestazione, rendendo problematica l’applicazione delle tutele, come ben descrive Marco Cilento.
Non è possibile soffermarsi su ciascun contributo della ricca sezione “Focus”; essa spazia dal lavoro nella c.d. gig economy, all’impatto psicologico dello smart working, dall’analisi delle ricadute sull’occupazione della pandemia in Perù a quella sul lavoro delle donne, dalla riproposizione del pensiero sul sindacato di Walter Tobagi alle visioni sulla ripresa di un grande sindacato italiano e di un rappresentante della grande impresa.

Del saggio di Barbara Curli meritano di essere richiamati almeno due aspetti: l’effetto regressivo sulla parità di genere della crisi odierna, diversamente da quanto tradizionalmente accaduto in altre fasi critiche di inizio Novecento, da un lato, e la connotazione “maschilista” del Recovery Fund, dall’altro.

Merita un cenno l’approfondimento sull’impatto dello smart working sulla dimensione psichica della persona. È un profilo, infatti, poco conosciuto, ma che offre elementi importanti per una valutazione complessiva dello strumento, superando l’enfasi tutta positiva con cui se ne parla. Così, i tre autori del primo intervento mettono in luce la “doppia faccia” del lavoro da remoto, disvelandone le minacce alla salute e al benessere dei lavoratori, mentre Stefano Gheno ben evidenzia come la sua probabile normalizzazione “non sarà a costo zero” sia per gli effetti discriminatori tra lavoratori sia perché “l’uomo è relazione e questa è stata per millenni fondata sulla presenza ‘fisica’ di individui diversi che, stando insieme, diventavano popolo e comunità”.

 

 

Guido Canavesi è professore ordinario di Diritto del Lavoro all’Università degli Studi di Macerata, presso il Dipartimento di Giurisprudenza. I suoi temi di ricerca sono: le prestazioni di lavoro negli enti associativi; lavoro e disabilità; regioni e diritto del lavoro; principio di sussidiarietà e diritto del lavoro; pubblico e privato nel mercato del lavoro; i rapporti giuridici previdenziali; la previdenza dei lavoratori autonomi e dei liberi professionisti.

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