Trimestrale di cultura civile

La risposta alla “repubblica dei social”

  • MAG 2021
  • Ugo Finetti

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Scarso attaccamento alle istituzioni. Valori democratici meno condivisi. L’Italia di oggi porta i segni di un logoramento del concetto di democrazia liberale. Tra le cause la mitizzazione di alcune vicende storiche che hanno favorito il sorgere di fascinazioni verso la democrazia diretta e la leadership carismatica. Fino alla campagna “anti casta”. Con il concorso di colpa di politica, informazione, imprenditoria, finanza. Tuttavia, davanti a uno scenario così frantumato dove le piattaforme social sembrano aver bruciato le piattaforme tradizionali del confronto e della proposta, è possibile un ritorno al protagonismo dei corpi intermedi. Come “medicina del territorio”. Ma non solo.

La democrazia è diventata un ancoraggio fragile per una molteplicità di ragioni che riguardano anche altri Paesi occidentali e che sono andate crescendo – paradossalmente – da quando, all’indomani della caduta del comunismo, la democrazia liberale sembrava invece destinata a essere modello condiviso a livello planetario.

Un Paese “sazio” di libertà

Oggi in Italia si registra un indebolimento dell’attaccamento alle istituzioni e ai valori democratici, in particolare per il coincidere di due fattori. Da un lato c’è la pandemia di fronte alla quale gli Stati autoritari danno l’impressione di poter reagire in modo più efficiente e con minor danno economico. La madrepatria del Covid – la Cina che è un regime a partito unico – ha accelerato il suo sviluppo e si propone di superare gli Stati Uniti per diventare già nel prossimo quinquennio la prima potenza economica del mondo.

Dall’altro lato in Italia sono andate scomparendo le generazioni di quanti avevano combattuto per la democrazia. Nel complesso la lotta per la libertà è diventata nel nostro Paese qualcosa di astratto, nebuloso e molto lontano. Antifascismo e Resistenza sono sottoposti a innegabile logoramento nel momento in cui vengono “privatizzati” e usati per prosaici contenziosi: fragili campagne elettorali e melmosi voti di fiducia.

Siamo un Paese “sazio” di libertà e la democrazia appare “noiosa”, un dejà vu scontato e non promettente. La lotta per la libertà è sempre più confusa e sostituita con la lotta per la conquista del potere: il mio potere con una crescente animosità nei confronti del dissenso e dell’alternativa concorrente.

Il concetto di democrazia liberale appare quindi vulnerabile in quanto sempre più messo sotto assedio dalla invocazione, da un lato della democrazia diretta e dall’altro della leadership carismatica. Due invocazioni che sembrano opposte e che però nella vita politica vediamo possono convergere e allearsi nel senso che la democrazia rappresentativa è vissuta come un insieme di lacci e si reclama un potere decisionale non frenato e una “volontà popolare” con immediata esecuzione. Un clima di insofferenza verso il pluralismo e la dialettica vede più popolare il potere esecutivo e l’accentramento di poteri mentre si tende a censurare quello legislativo e giudiziario e comunque a “snellirli”.

“A furor di popolo”

Esempi significativi sono da un lato – sul piano giudiziario – l’attacco alla prescrizione e dall’altro – sul piano legislativo – il taglio dei parlamentari. Provvedimenti entrambi presi al buio – “a furor di popolo” – senza adottare le leggi necessarie per sanare i conseguenti “vulnus” nell’architettura istituzionale e costituzionale.

L’aspetto specifico di questo indebolimento dei sentimenti e dei valori democratici dipende dal fatto che in Italia si sono svolte su ben tre generazioni tre campagne equivalenti a veri e propri “lavaggi del cervello” a livello di mezzi di comunicazione di massa – basti pensare al ruolo svolto dal “Corriere della Sera” – aventi sempre come bersaglio la democrazia parlamentare: prima il Sessantotto negli anni Settanta, poi Mani Pulite negli anni Novanta e infine nell’ultimo decennio la campagna contro la “Casta”. Il risultato è che oggi abbiamo non di rado a che fare con nonni sessantottini, padri “manipulitisti” e figli anti-Casta. Da qui la diffusa mitizzazione di fenomeni che andrebbero invece rivisitati criticamente e che sono diventati il Pantheon dell’antidemocrazia mentre la “democrazia reale” italiana – la collaborazione tra cattolici democratici, socialisti riformisti e liberaldemocratici – che ha costruito le istituzioni repubblicane e lo Stato sociale è posta sin dai manuali scolastici in un’immonda fossa comune. L’Italia è l’unico Paese occidentale in cui per l’aver governato con comunismo e fascismo all’opposizione si usano nei mass media e nei testi didattici espressioni come sovranità limitata e doppio Stato che sono le definizioni di un “governo fantoccio” filosovietico o del regime nazista 1 .

Il Sessantotto si sviluppò come movimento extraparlamentare nel segno del rifiuto e della delegittimazione della democrazia parlamentare a livello di massa tra studenti, quadri sindacali e nelle élite intellettuali soprattutto dell’università e dell’editoria. Il Sessantotto si protrarrà per tutto il decennio degli anni Settanta degenerando nella più lunga stagione terroristica con consenso di massa conosciuta in Europa (salvo il terrorismo “territoriale” basco e nordirlandese).

Non bisogna confondere i sessantottini con i sessantini: gli anni di Kennedy, Giovanni XXIII e di Kruscev, della “coesistenza pacifica” dopo la destalinizzazione. In URSS, dopo il XX Congresso all’inizio degli anni Sessanta, vi fu una leva di innovatori in campo economico, culturale e politico che furono appunto chiamati i “sestidesiatniki” (sessantini) e in Occidente movimenti improntati a politiche di riforma e di liberalizzazione.

Il Sessantotto fu infatti un contro ’56: contro il riformismo e la sinistra europea di governo, dai laburisti ai socialisti italiani, nel segno spesso della riabilitazione di Stalin e sempre con l’esaltazione di Mao e Che Guevara. Categoria centrale fu la “violenza rivoluzionaria”, quel “culto della violenza” che già al Congresso socialista di Livorno nel 1921 il riformista Filippo Turati contestava agli scissionisti che avrebbero fondato il Partito comunista.

Gli effetti di spostamento a destra del rilancio della violenza politica da sinistra furono due. Il primo: suscitare il cosiddetto “partito della paura” che portò sull’onda della “contestazione globale” alla vittoria elettorale di Nixon e De Gaulle e in Italia alla riedizione del centrismo con il governo Andreotti-Malagodi nel 1972. Il secondo: la forgiatura di una “leva” generazionale che, anche se negli anni Ottanta abbandonerà l’idea rivoluzionaria per trasformarsi da “apocalittici” in “integrati”, manterrà un’irriducibile distanza critica nei confronti della “repubblica dei partiti” e sarà sensibile ai richiami di una rivincita nelle vesti di “società civile” moralmente indignata e disponibile per avventure politiche.

Il “lascito” della “contestazione globale” degli anni Settanta è terreno concimato per l’“antipolitica” a livello non solo del mondo dell’informazione, ma anche in ambienti dell’imprenditoria e della finanza. Un terreno concimato che favorirà, appunto all’inizio degli anni Novanta, la cesura di “Mani Pulite” – il passaggio tra le cosiddette Prima e Seconda Repubblica – che dopo la caduta del comunismo metterà sotto accusa i partiti di governo e vedrà l’avvento, per la prima volta nell’Italia repubblicana, di una destra vincente (e anche estrema destra) al governo del Paese.

Finita la Guerra fredda, con la vittoria dell’Occidente democratico, si era diffusa la convinzione che ci si avviasse in un mondo globalizzato a saggia guida statunitense verso la condivisione universale di un medesimo modello di economia e di democrazia: un mondo pacificato senza più guerre tra potenze – una sorta di 2001, odissea nello spazio – e infatti era un best seller nel 1992 il saggio rassicurante Fine della storia di Francis Fukuyama.

Voce quasi isolata risultò la Centesimus annus del 1991 in cui Giovanni Paolo II avvertiva l’errore di immaginare “il capitalismo come unico modello di organizzazione economica” e indicava che “il mercato” andasse “opportunatamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato”.

Prevaleva la tesi che il potere economico dovesse essere lasciato a briglia sciolta – meno lacci e lacciuoli – e che fosse invece il potere politico a dover essere ridimensionato. Certamente pesava sul sistema dei partiti l’incapacità di autoriforma. A ciò si aggiungeva la sostanziale fragilità su cui esso riposava e che aveva come punto cruciale il regime di finanziamento illegale. Repubblica dei partiti, Guerra fredda e fondi neri erano stati per decenni un tutt’uno: fragilità sottovalutata che si trascinava come “segreto di Pulcinella”, ma che era destinata a travolgere la classe politica nel momento in cui con la fine della Guerra fredda diventava vulnerabile: “smilitarizzata” e improvvisamente come in “abiti civili”.

La magistratura colpiva quindi i partiti di governo mentre Pci e neofascisti ne uscivano indenni. Comunismo e fascismo sono diventate da allora le tradizioni prevalenti. La stessa storiografia si concentrerà su di essi con sopravvalutazione del comunismo e rivalutazione del fascismo mentre le tradizioni democratiche – cattolica, socialista e liberaldemocratica – saranno considerate sostanzialmente irrilevanti e prive di interesse per insegnamento e mass media.

L’ex Pci coltivò quindi il disegno di dar vita a una dialettica politica imperniata su un maggioritario con come protagonisti i partiti postcomunista e neofascista con facile vittoria del primo.

In effetti ciò sembrava possibile quando nel 1993, appunto sull’onda delle inchieste giudiziarie, vi fu la prova generale dell’avvento del maggioritario nelle elezioni amministrative di Roma e Napoli dove la scelta era tra Francesco Rutelli o Gianfranco Fini e tra Antonio Bassolino o Alessandra Mussolini con vincenti i candidati di sinistra.

Ma si rivelò un disegno imprudente l’appoggio dato a Mario Segni, senza avvertire la natura non di sinistra della sua promozione del maggioritario nel segno di una “rivoluzione liberale” che infatti aprì la strada a Silvio Berlusconi il quale, all’indomani del crollo della “repubblica dei partiti”, aveva più mezzi finanziari e più potenza di fuoco mediatica. L’idea che la “rivoluzione giudiziaria” avrebbe poi avuto come sbocco un governo di sinistra si scontrò con il fatto che l’elettorato orfano dei partiti di governo pentapartito sarebbe stato più naturalmente attratto dalla discesa in campo berlusconiana in alternativa alla leadership di chi aveva guidato il Pci.

Inoltre le varie metamorfosi della sinistra postcomunista hanno delineato un sostanziale disarmo nei confronti delle idee forza di destra.

L’“americanizzazione” dell’ex Pci

Con la criminalizzazione dei partiti di governo, il polo di sinistra a guida postcomunista si è identificato nella “questione morale” come idea forza, più che per un programma di sinistra contrapposto a uno di destra rispecchiando una diversità di base sociale. Si è cioè profilata una sorta di spoliticizzazione (buoni contro cattivi, migliori contro peggiori) nella condivisione sostanziale di come in modo ottimistico si delineava la globalizzazione economica. Prevaleva cioè nella sinistra italiana un postcomunismo neoliberale che accettava le tesi dominanti sulle privatizzazioni e la riforma dello Stato sociale.

Nell’ex Pci il desiderio di cooptazione e di rilegittimazione si traduceva in un’acquiescenza alla vulgata neoliberista proponendosi come “braccio buono” della globalizzazione: pensiero neo liberale più diritti civili (eutanasia, matrimoni gay, ecc.). In pari tempo si è assistito a una sua “americanizzazione” iniziata con il mettere insieme Kennedy e Berlinguer e quindi parlare di “governatori”, “primarie”, fondazione di un “partito democratico americaneggiante” e finanche “ulivo mondiale” a guida statunitense 2 .

In questa “modernizzazione” – tra neoliberismo, giustizialismo e anti-Repubblica dei partiti – da Occhetto a Veltroni si sono partorite campagne di riforma costituzionale introitando tematiche e personalità di destra fino al referendum del 1999 dove il “fronte riformista” vedeva il Pd con Mario Segni, Antonio Di Pietro e An di Gianfranco Fini.

Sempre più come partito-establishment il Pd è stato fotografato nei sondaggi primeggiare nei quartieri “alti” delle città 3 lasciando prive di rappresentanza e di tutela le fasce popolari e impattando quindi come sinistra-establishment la crisi economica del 2008 che vedeva al centro la contraddizione tra globalizzazione e ceti medi.
È il centro-destra che elettoralmente ha più agevolmente intercettato questo disagio ed è tornato vincente tanto che ormai la Seconda Repubblica è ritratta prevalentemente come “era berlusconiana” con i governi della sinistra come mere parentesi.

In questo contesto di criticità decolla, a partire dal 2008, la campagna sulla Casta lanciata inizialmente dal “Corriere della Sera”, ma che poi si diffonde con successo nei mass media e soprattutto dilaga nei talk-show. È una nuova “gogna”, dopo la stagione di “Mani Pulite”, che investe la democrazia parlamentare e su cui crescerà il successo del movimento inventato da Beppe Grillo fino a diventare maggioranza relativa in Parlamento.

Rispetto al passato dove centrale era l’“antipolitica” in questo caso si aggiunge l’antieuropeismo. La popolarità dell’antieuropeismo ha però ragioni di fondo determinate da una serie di scelte errate fatte nel corso degli anni a cominciare dalla gestione dell’allargamento dell’Unione. L’allargamento è stato attuato da Bruxelles sotto la regìa di Washington: prima si doveva entrare nella Nato e poi – come “premio” – vi era un ingresso nell’Ue inteso essenzialmente come accesso agli aiuti economici che invece si riducevano per le regioni dell’Europa mediterranea. Anche nelle forme gli USA hanno sottolineato la coincidenza degli eventi e la secondarietà dell’Ue: la cerimonia dell’allargamento dell’Unione nel giugno 2004 si svolse dopo quella per l’allargamento della Nato fatta in marzo.

L’allargamento è così servito agli Stati Uniti per “annacquare” politicamente l’Ue e accerchiare militarmente la Russia mentre la Germania penetrava economicamente nei Paesi ex comunisti come un suo “Commonwealth”.

L’antieuropeismo si è animato pertanto nel momento in cui a Bruxelles è cessato l’europeismo e si è bloccato il processo di integrazione. L’Ue è apparsa non più un soggetto geopolitico autonomo, ma ha dato l’immagine di un carrozzone immobile fatto di regole senza “anima”: una “commissione di censura” che chiedeva sacrifici senza offrire contropartite su politiche per un futuro migliore. Nonostante il campanello d’allarme delle elezioni del 2014, il “populismo” non ha fatto che aumentare – aprendo la strada alla Brexit – con la Commissione Juncker che è stato il più mediocre governo dell’Unione europea: un “eterno presente” senza traguardi. Al tempo stesso – spegnendosi ogni caratterizzazione autonoma europea sulla scena mondiale – la dialettica politica tra socialisti e popolari, a sua volta, è sfumata in un consociativismo di potere e di sottogoverno senza un visibile confronto di contenuti. Tutto ciò diventava benzina sul fuoco tra crisi economiche e attacchi terroristici.

Le conseguenze dell’introduzione del maggioritario

È così che nell’editoria si è passati dalla Fine della storia teorizzata da Francis Fukuyama nel 1992 alla La trappola di Tucidide di Graham Allison nel 2017 sulla inevitabile guerra tra Stati dominanti e potenze emergenti, tra Stati Uniti e Cina come accadde tra Sparta e Atene.

Né le metropoli europee sono un panorama di “società liquide”, ma emergono iceberg, si moltiplicano gli scogli e sembra avverarsi la profezia di Marx sulla “proletarizzazione del ceto medio”. Crescono impoverimento e insicurezza che diventano xenofobia di fronte a una sinistra-establishment che dà priorità a immigrazione e diritti civili trattando invece i ceti medi in difficoltà come “pancia” retrograda.

La crisi della democrazia in Italia ha così il suo nucleo centrale nell’introduzione del maggioritario in una architettura costituzionale concepita sul proporzionale e sul ruolo dei partiti sancito nella stessa Carta. L’Italia, come risulta dalle tre crisi di governo degli ultimi tre anni, è un Paese che ha invece bisogno di essere governato da un perno di centro dato che un maggioritario con contrapposti due poli – dove da un lato estrema sinistra e dall’altro estrema destra hanno diritto di veto (o persino la leadership) – partorisce governi fragili, instabili e incapaci di una politica solidale di riforme, di risanamento e di competitività.

“La folla solitaria”

Una criticità della democrazia aggravata dalla rivoluzione che si è realizzata nella comunicazione e nella informazione attraverso pc e cellulari, tra Twitter e Facebook. Siamo di fronte a una “folla solitaria” di eterodiretti che si spande come panorama conflittuale di microcosmi: una rete di “società chiuse” che in politica coltivano il rapporto diretto con il leader carismatico inteso spesso come “giustiziere”. Per l’eterodiretto il “fascino” (o il “carisma”) diventa categoria centrale soprattutto in politica . Da qui trae origine la mitologia della democrazia diretta a leadership carismatica con un generalizzato attacco alla democrazia liberale e parlamentare.

Questo passaggio dalla “repubblica dei partiti” alla “repubblica dei social” in un quadro di frantumazione e di conflittualità evidenzia la necessità di “corpi intermedi”. In passato – nella Prima Repubblica – i partiti, pur con tutti i difetti, avevano comunque dato vita a una rete decentrata di incontro e di confronto tra cittadini e i loro eletti locali e nazionali fino a livello di quartiere e di piccolo comune. Era una sorta di “medicina del territorio”.

Le leadership carismatiche che oggi prevalgono sulla scena politica italiana rispecchiano lo stato d’animo paventato dallo storico Tony Judt: “Un Paese ansioso stranamente separato dal proprio passato così come dal resto del mondo, che necessita disperatamente di ‘una favola a lieto fine’”.

NOTE

1. “Sovranità limitata” è la formula usata nel 1968 dai sovietici per legittimare l’invasione della Cecoslovacchia, “Doppio Stato” (“Dual State”) è il titolo del “classico” sulla Germania di Hitler pubblicato nel 1941 da Ernst Fraenkel, esule ebreo, negli Stati Uniti e tradotto in Italia nel 1983 da Einaudi con introduzione di Norberto Bobbio. Quel titolo fu poi ripreso da Franco De Felice sulla rivista dell’Istituto Gramsci, “Studi storici”, nel 1989 per usarlo come chiave di lettura dei governi con democristiani e socialisti dipingendo la Guerra fredda non come uno scontro tra democrazie occidentali e impero comunista, ma come “guerra sporca” contro i comunisti. Si è così sviluppata negli anni Novanta una storiografia secondo cui la mafia è conseguenza dello sbarco USA in Sicilia, il terrorismo dell’adesione alla Nato e la corruzione dell’esclusione del Pci dal governo.

2. Sul fenomeno dell’“americanizzazione” postcomunista v. M.L. Salvadori, La sinistra nella storia italiana, Laterza, Bari 1999, pp. 225-226.

3. Un sondaggio dell’Ispo diretto da Renato Mannheimer per il “Corriere della Sera” (15 febbraio 2001) così descrive l’elettorato di sinistra: “Il titolo di studio è medio-alto, la professione è di dirigente o libero professionista […] abita spesso nel centro-storico, mentre nei quartieri popolari di Greco- Zara o di Baggio si registra un calo clamoroso”.

Ugo Finetti è giornalista e politico italiano. Caporedattore Rai dal 1978 al 2008, ha realizzato inchieste e reportage in vari Paesi europei ed è stato direttore di “Critica Sociale”.

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