Trimestrale di cultura civile

Lo scontro imperiale e la “trappola di Tucidide”

  • MAG 2021
  • Lucio Caracciolo

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Seppur nella lentezza, è in pieno corso un grande riassetto geopolitico. Laddove al protagonismo conflittuale tra il colosso asiatico e la storica superpotenza occidentale, si affianca il ruolo ridotto della Russia di Putin e la nostalgia di rivincita della Turchia di Erdogan. Un risiko a diverse intensità che in modo diretto o indiretto impatta sullo stato di precaria salute dei modelli democratici.

Se la democrazia rappresentativa attraversa aspetti inquietanti di una crisi che ne mette in forse, addirittura in alcuni casi, il futuro, il grande e nuovo assetto geopolitico è in lenta e difficoltosa costituzione. Ed è un problema che si aggiunge allo sviluppo democratico.

Il mondo, in una sequenza che appare lunga ma che in fondo è fisiologica rispetto ai tempi storici, è uscito prima dall’ultimo conflitto mondiale, quindi dall’implosione del comunismo e dalla caduta del Muro di Berlino, infine dalla spinta a una globalizzazione che, sul piano economico, in molti casi è apparsa incontrollabile a causa di un neoliberismo che ha provocato gravissime crisi.

La ricerca di un nuovo bipolarismo o di un multipolarismo funzionale è al momento complicata dalla nuova geografia delle potenze mondiali, sia quelle in difficoltà che quelle in espansione.

Sia chiaro, non è mai stato semplice trovare una situazione che permettesse il controllo della pace e dell’equilibrio tra i popoli. Il 5 marzo del 1946, a Fulton nel Missouri, Winston Churchill preannunciava la divisione del mondo in due blocchi con questa lunga frase: “Diamo il benvenuto alla Russia nel suo giusto posto tra le più grandi nazioni del mondo. Siamo lieti di vederne le bandiere sui mari. Soprattutto, siamo lieti che abbiano luogo frequenti e sempre più intensi contatti tra il popolo russo e i nostri popoli. È tuttavia mio dovere prospettarvi determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro a quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi Stati dell’Europa Centrale e Orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia; tutte queste grandi città e le popolazioni attorno a esse, giacciono in quella che devo chiamare sfera sovietica, e sono tutte soggette, in un modo o nell’altro, non solo all’influenza sovietica ma anche a un’altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca”.

Questo aveva detto Churchill, con una situazione che si modificò di poco, e di fatto anticipando quello che sarebbe accaduto nel 1953 a Berlino e poi a Budapest nel tragico 1956.

Toccava a un grande studioso della comunicazione, Walter Lippmann, coniare la formula “guerra fredda”. Era la presa di coscienza realistica di una separazione “armata” tra i vincitori del nazifascismo, che in fondo si era già definita, anche con qualche imbroglio e ambiguità, a Teheran tra il 28 novembre e il 1 dicembre 1943, poi a Yalta dal 4 all’11 febbraio 1945. E si basava sul trattato di pace di Parigi nel 1947, che era certamente migliore di quello infausto di Versailles del 1919.

Tutto questo poggiava anche su nuovi rapporti economici (andati in “pensione” negli anni Settanta) stabiliti nella conferenza di Bretton Woods del 1944, con il definitivo passaggio dal cosiddetto “secolo inglese” al “secolo americano”, come si accorse John Maynard Keynes quando il suo piano venne ridimensionato da quello dell’americano Harry Dexter White. Insomma, vinse il dollaro.

Tutte queste furono le premesse della “pace armata” che, ovviamente, non ha risparmiato terrificanti conflitti locali, repressioni, rivolte, momenti di tensione che hanno portato in più di un’occasione sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale, ma probabilmente, nella consapevolezza che il confronto era ormai atomico, il mondo è stato salvato da una tragedia immensa.

Oggi Michail Gorbacev, l’ultimo leader comunista dell’Unione Sovietica, ha compiuto novant’anni e, tra mille contraddizioni, passerà alla storia come “il riformatore di una situazione irriformabile”.

Ma adesso, sotto l’incubo di una pandemia drammatica e con gli scricchiolii continui delle democrazie classiche, è doveroso fare una ricognizione su quale nuovo Paese stia emergendo e quale equilibrio tra nuove e vecchie potenze, tra nazioni che cercano un loro spazio, si stia cercando. Lo abbiamo chiesto a Lucio Caracciolo, direttore della rivista “Limes”, a nostro avviso un’autentica eccellenza tra chi analizza il termometro della geopolitica mondiale.

Si è spesso pensato, per più di mezzo secolo, a un “impero”, all’impero della potenza americana. “Limes” titolava il suo studio di gennaio L’impero nella tempesta, come se fossero venute al pettine tutte le contraddizioni degli Stati Uniti sin dalla loro nascita e stessero compromettendo il loro ruolo indiscusso. L’editoriale del numero di gennaio guardava alla profonda crisi USA anche per il passaggio di presidenza da Donald Trump a Joe Biden, ma non indicava il possibile “impero” successore a cui in tanti abbiamo pensato, cioè alla Cina, con la sua potenza in espansione, con i suoi movimenti in tutto il mondo, con il suo PIL destinato a superare, nel giro di qualche anno o di qualche decennio, quello degli Stati Uniti.

Possiamo fare il punto su tale questione, pensando soprattutto alla vitalità della Cina? È azzardato ritenere che la Cina possa diventare il nuovo impero?

Non credo proprio. Se per impero intendiamo quello americano, cioè un impero che non ha dei confini, ma ha una proiezione globale e sostiene di avere praticamente interessi in tutte le parti del mondo. La Cina vuole essere intanto un Paese leader in Asia. Vuole controllare in qualche modo le rotte marittime verso gli oceani che sono, come si può dire, i nastri trasportatori del commercio mondiale da cui dipende la prosperità della Cina.

Sembra quindi che voglia soprattutto controllare le rotte per il Pacifico.

Certo, il Pacifico soprattutto. Di qui tutta questa battaglia, per ora e per fortuna limitata al mare cinese meridionale, le catene di isole che bloccano l’accesso alla Cina, con tutta la questione dell’indopacifico. La Cina non ha, a oggi, e non credo che avrà nel tempo delle nostre vite, ma anche in quelle dei nostri nipoti, un marchio come quello che gli americani ebbero dopo la Seconda guerra mondiale, che ha permesso loro, dopo aver vinto la guerra, di aver vinto soprattutto la pace, grazie alla strapotenza militare e certamente anche grazie al dollaro.

In definitiva non credo che la Cina possa avere delle ambizioni di tipo americano. Certo può diventare uno sfidante a livello mondiale, perché la Cina ha ormai le sue influenze e le sue basi un po’ dappertutto, in tutto il mondo.

Alla fine si arriva inevitabilmente alla domanda: che cosa è oggi e che cosa rappresenta la Cina? Il ricordo di tanti anni fa si perde nel tempo, viene offuscato, appare sfuocato. Ci si ricorda dei periodi in cui la statua di Confucio compariva e scompariva in piazza Tienanmen, tanto da pensare a una combinazione, a un intreccio a intermittenza, tra marxismo e confucianesimo. Oggi le definizioni sono molto differenti: si parla di capitalismo di Stato, di socialismo di mercato.

Non penso che dare una targa ideologica alla Cina serva a molto. La Cina si rappresenta, e lo dice spesso anche il presidente Xi Jinping, come un’entità che ha 5mila anni di storia, che ha varie forme di vita e di regime. Quella attuale è una dinastia imperiale ideologicamente rossa, ma con delle caratteristiche storiche, culturali, cinesi, che appunto affondano nel passato. E questa idea della continuità della Cina, indipendentemente dalle dinastie e dai regimi, è l’idea di fondo della Cina. È l’idea che tiene insieme un popolo che non aderisce necessariamente a un’identità diciamo ideologica, ma credo che offra un notevole grado di consenso al regime cinese, che quindi è un regime che sarebbe riduttivo classificare autoritario, nel senso che certamente lo è, ma esercita anche un’autorità che ha una sua autorevolezza e che dipende in buona parte dalle performance economiche assolutamente straordinarie degli ultimi quarant’anni, che non hanno nulla a che vedere col comunismo e con il socialismo, anzi. Ma dipende anche dal forte senso di identità della gran parte della nazione cinese, Insomma, oggi la Cina è un Paese estremamente nazionalista e patriottico.

E pensare che fino agli anni Settanta del Novecento si parlava di una Cina con cinquanta nazionalità diverse.

Cinquanta sulla carta perché poi si può dire che i nove decimi dei cinesi si dichiarano “han”, che è il ceppo fondamentale. Certo, poi vi sono delle minoranze, in particolare alcune sono più strategiche come gli uiguri dello Xinjang, che è una regione fondamentale nel nord ovest della Cina con un tono culturale turchesco e musulmano. Ma da tempo è in corso un’assimilazione, più o meno forzata, da parte dei cinesi “han” nei confronti degli uiguri. Poi vi sono i tibetani che occupano un’altra zona strategica, ma sono veramente “quattro gatti”. Sono molto più noti a Hollywood di quanto non siano noti in Cina. E poi vi sono altre minoranze. Ma il ceppo fondamentale che raccoglie più o meno il 90 per cento o forse più del Paese si identifica con quella idea di Cina a cui prima accennavo.

Precisato questo, si può aggiungere che la Cina esprima anche una volontà di potenza, una forma che schematicamente si può definire neo-imperialismo che dall’Asia si muove verso l’Europa e l’Africa. È vero questo?

Come no! C’è una pulsione imperiale forte. Quello che ritengo difficile è che la Cina possa costituire un grande impero mondiale al di fuori dello spazio asiatico, dove per altro ha difficoltà a espandersi. Quasi tutti i Paesi vicini hanno formidabili relazioni economiche e commerciali con la Cina, ma non hanno né simpatia né particolari rapporti politici con Pechino. Possiamo partire dall’India, che praticamente è un’altra civiltà più che un altro Paese, e arrivare al Giappone, dove, anche se dal punto di vista della civiltà vi sono più assonanze, resta lo sfondo di due Paesi arcinemici.

In questo caso, si può dire che esiste quasi un odio atavico.

Esatto. Un odio atavico reciproco, che viene in qualche modo controllato e che non impedisce, in particolare nel caso giapponese, una fortissima intrinsichezza economico-commerciale. Ma l’odio atavico resta. Poi, fermandosi all’area del Pacifico, ci sono alcuni Paesi dell’Indocina, come per esempio il Vietnam, che pure hanno molti elementi culturali di affinità, che sono fondamentalmente, da un punto di vista strategico, anticinesi e filo-americani. Non parliamo ovviamente dell’Australia.

È chiaro quindi che, in questo momento, la Cina ha degli alleati che nessuno vorrebbe avere: Paesi come il Pakistan e la Corea del Nord. Da un punto di vista esclusivamente strategico, la vera forza della Cina nei confronti degli Stati Uniti, oltre alla sua forza intrinseca, è il rapporto di quasi alleanza con la Russia. Ma attenzione, questo è un prodotto della pressione americana nei confronti della Russia dopo la questione dell’Ucraina nel 2014. Una pressione tale da spingere Mosca a cercare in Pechino un partner difficile ma inevitabile.

Nel giro di mezzo secolo, dai tempi di Zhou Enlai e di Kissinger, in questa parte del mondo, le alleanze si sono capovolte.

Direi di sì. Cina e Russia non sono mai state amiche. A ben guardare, la Cina, nella sua posizione geografica, è isolata nelle zone limitrofe. A parte questo rapporto ambiguo con la Russia; un rapporto di manipolazione reciproca, con la Cina in posizione dominante e la Russia in posizione inferiore, dove però gli interessi coincidono per contare di più nei confronti degli Stati Uniti e viceversa.

Questo puzzle geopolitico in Asia e nel Pacifico, che molti trascurano o ignorano, giustifica l’esistenza, per dirla sbrigativamente, di un “partito cinese” in Italia e in Europa?

Assolutamente si. Perché nel percorso delle “vie della seta” cinesi su cui Xi Jinping ha puntato tutto, noi come Italia e a suo modo ciascun altro Paese europeo, siamo parte integrante e aggiungerei un obiettivo centrale.

La Cina ha bisogno di arrivare in Europa e ci sta arrivando. L’obiettivo è perseguito per ragioni economico-commerciali, per esempio, in modo molto banale, per poter vendere una parte del surplus di quello che produce. Pensiamo all’acciaio, all’alluminio, a tutto quello che in super-eccesso la Cina produce e che contribuisce tra l’altro in maniera un po’ artificiale all’innalzamento costante del prodotto interno lordo. Il mercato interno cinese non è ancora sufficientemente strutturato e adeguato anche al numero dei cinesi. Per ragioni direi forse politiche più che economiche e quindi, perché un sistema che avesse visto un mercato efficiente, potrebbe suscitare poi delle aspettative di tipo sociale e politico che la Cina in questo momento non può e non vuole garantire. Intendo dire un welfare state degno di questo nome, quindi una capacità di tassazione della popolazione che la Cina non ha. Ma non l’ha perché ha rovesciato il paradigma “no taxation, no representation”.

Recentemente Joe Biden ha attaccato duramente la Cina. Parlando di “nulla di democratico”, sollevando il problema di Hong Kong. E si è ritornati da qualche tempo a parlare della questione di Formosa, che proprio Zhou Enlai e Kissinger sistemarono con rara abilità diplomatica. Questa linea di Biden può innestare quella che si chiama la “trappola di Tucidide”? Facendo ovviamente i debiti scongiuri.

Questa è una teoria molto diffusa nelle élites americane. Il famoso politologo Graham Allison ci ha scritto un libro, paragonando Cina e USA a Sparta e Atene destinate a battersi. Poi, come sappiamo, alla fine vince Sparta. Personalmente, in questo caso, non so chi sia Sparta e chi Atene. Non sarei così sicuro di chi possa vincere questa partita; ma, in ogni caso, personalmente non credo al destino e quanto meno al destino strategico che porterebbe Cina e Stati Uniti per forza a scontrarsi. Penso che vi siano forze responsabili sia in Cina che negli Stati Uniti che vogliono tenere la competizione, per quanto aspra, nei limiti di un confronto pacifico.

È anche vero, però, che l’idea di guerra cinese è molto diversa da quella americana. Negli Stati Uniti c’è una discontinuità molto forte tra la guerra e la pace. E quando l’America va in guerra lo fa con sovrabbondanza di mezzi propri o altrui tali da consentirle il successo. Che poi questo successo, in realtà, manchi all’America praticamente dalla Seconda guerra mondiale, offre anche il senso dei limiti, possiamo dire, di queste spedizioni militari molto confuse e molto enfatizzate. Tanto per citare casi che non sono neppure tanto recenti, la guerra di Corea è formalmente ancora in corso, per ora diciamo siamo in pareggio. In Vietnam l’America ha straperso. La guerra al terrorismo è stata un disastro. Insomma, possiamo dire che l’America è una superpotenza militare quando c’è una guerra mondiale. Quando non c’è, grazie a Dio, come adesso, gli USA hanno dei limiti forti. La Cina ha un’idea di guerra molto diversa, cioè una guerra che deve essere combattuta senza battaglie, evitando troppe perdite, evitando l’esposizione e soprattutto il consumo della propria potenza e conquistando delle postazioni in maniera spesso non visibile. Penso appunto alle “vie della seta”, dove esistono infrastrutture che vanno protette e che necessitano quindi delle forze di protezione, le quali creano delle installazioni spionistiche, poi magari una installazione militare. È una progressione soft, che poi a un certo momento spunta fuori come una struttura di basi cinesi in giro per il mondo.

All’ombra della “sfida imperiale”, forse imperfetta, ci sono altri protagonisti, alcuni eredi di un passato di primo piano che oggi non rinunciano a muoversi. Parliamo della Russia di Vladimir Putin, dell’ex URSS, una delle due protagoniste della “guerra fredda”.

Putin è a capo di un impero immenso, quasi spopolato, specialmente nella sua parte orientale, quella parte che confina con la Cina. A questo punto, l’incubo russo, in realtà, più che un’invasione da parte della Nato, che mi pare improbabile, è un’invasione da parte cinese, sia pure in maniera soft, della Siberia e una penetrazione dell’Islam via Caucaso, via frontiere meridionali, che trasformerebbe la Russia non più in un Paese omogeneamente culturale, ma in un Paese destinato probabilmente a frammentarsi. Credo che questo sia l’obiettivo centrale delle élites americane, ma soprattutto degli europei del Nord che vedono nella Russia un pericolo permanente. Un po’ lo vedono in modo tale, perché questo consente loro di giustificare la presenza americana come garante della loro sicurezza. Insomma, tutti questi Paesi filo-americani prima di tutto hanno bisogno di dipingere una Russia destinata a riprendersi l’Europa o volente tale perché questo legittima la presenza Nato.

Ma in questo modo che identità si può dare all’ex URSS? Oggi la Russia è sempre immensa ma ridimensionata strategicamente.

Credo che se uno dovesse applicare delle categorie politiche alla Russia, cosa secondo me sbagliata, Putin sarebbe più o meno sulla linea di Fratelli d’Italia. Si dovrebbe chiamare Fratelli di Russia, una posizione culturale che si può dire iper-nazionalista. Con la differenza che lui non è la Meloni, ha le armi nucleari che la Meloni non ha.

Michail Gorbacev non è riuscito a riformare quello che era irriformabile…

…Sì, però è riuscito a distruggere quello che non era così facile da distruggere.

Possiamo inquadrare i rapporti a tre fra Russia, Cina e Stati Uniti, a cui prima si faceva cenno?

Posso rispondere anche basandomi su delle esperienze personali. Fino a quindici anni fa non ho mai incontrato un popolo così filo-americano come quello cinese. Nel senso che vedevo un’affinità di fondo nel pragmatismo, nel gusto del denaro e nella mentalità grandiosa che avvicinava la Cina agli Stati Uniti come nessun altro Paese al mondo, a mio avviso. Direi che nemmeno gli inglesi, che fanno tanto i “pupini” degli americani, ma che in realtà li detestano, hanno una tale simpatia. Però questo si vedeva fino a quindici anni fa, nettamente. Era la tendenza di un Paese che stava uscendo dalla povertà. Oggi le cose stanno cambiando. La Cina, per lungo tempo, è stato un Paese spartito tra signori della guerra, potenze straniere, in particolare giapponesi ed europei. Quando la Cina ha riconquistato la propria sovranità, la propria potenza, la propria influenza è diventata particolarmente orgogliosa e spesso guarda anche l’America dall’alto in basso. I giovani cinesi che vanno in America a studiare, scendono in quegli aeroporti diroccati che trovano a New York o a Washington o a Seattle e spesso dicono: “Ma è questa l’America? È questo il ‘Paese di Bengodi’ che avevamo sognato?”. Quindi hanno ormai tratti quasi di arroganza, di una superiorità che forse non giova.

Quale invece l’atteggiamento dei cinesi verso la Russia?

Se guardiamo dall’angolazione americana, la Russia è considerata nefanda nel sistema politico, ideologico e strategico. Ma come ho detto più volte, questa nefandezza è necessaria. La nefandezza della Russia è utile perché appunto giustifica e legittima la presenza americana in Europa. In tutti i casi tra la Cina e la Russia non c’è, così come sempre, un’elettricità positiva. Sono alleati che si mettono insieme ma non si amano. Russia e Cina stanno insieme entro certi limiti e solamente perché gli conviene.

Insomma è una questione tattica che fa pensare a una Russia minore. Ma possiamo pensare, nel grande scacchiere geopolitico, a un’altra realtà che sta sgomitando: la Turchia di Racep Tayyp Erdogan. A questo proposito, non le sembra che Erdogan compia una sorta di rivoluzione rispetto alla Turchia di Mustafa Kemal Ataturk e al suo esercito che laicizzarono il loro Paese?

Io penso al contrario di tanti che ci sia una forte continuità tra la Turchia di Ataturk e quella di Erdogan. Ataturk sarà stato laico nel rapporto tra religione e Stato, ma era profondamente musulmano e non ha mai abbandonato la sua fede. Erdogan è certamente un musulmano, anzi un fratello musulmano e in maniera profonda. Ma quello che conta, a mio avviso, non è l’aspetto religioso che accomuna per altro il 95 o 96 per cento dei turchi, ma l’aspetto strategico. Cioè la Turchia si è sempre rappresentata come una grande potenza, una potenza imperiale estesa su tre continenti: c’è una matrice mongolo cinese trasferita in Anatolia e poi nei Balcani, in parte in Europa, in parte in Africa. Questa visione molto grandiosa di se stessa, spinge Erdogan, che ha pure tratti di megalomania molto evidenti, a riprendere sentieri interrotti a causa della tragedia della Prima guerra mondiale. Oggi la Turchia si sta riproiettando nel Mediterraneo, un po’ dappertutto, forse andando anche al di là delle proprie risorse. Ma con un’idea strategica molto coerente, con un’intesa, di fatto, tra forze armate e presidente e quindi penso che il tutto non sia limitabile alla figura di Erdogan, ma sia una tendenza che la Turchia ha intrapreso con la fine dell’Urss e quindi con la cessazione del ruolo di sentinella dell’America contro la Russia. La Turchia ha assunto una posizione molto più ambigua nei confronti della Russia e dell’America. Direi una posizione più autonoma di chi ha deciso di pensare soprattutto per sé. E il fatto dovrebbe preoccuparci, perché la Turchia è già arrivata in Libia, così come la Russia. Sono al di là dello Stretto di Sicilia e questo rende fragile la nostra frontiera meridionale.

Tutto questo lento ma inesorabile riassetto geopolitico, quanto riguarda l’Europa? Quanto può incidere sullo sviluppo democratico dei singoli Paesi nei prossimi anni? Sono le domande a cui occorre dare una risposta per il nostro futuro e per il futuro del mondo.

Lucio Caracciolo è giornalista e scrittore italiano, dirige la rivista italiana di geopolitica “Limes” ed è presidente e responsabile dell’analisi geopolitica di “Macrogeo”; è stato caporedattore di “MicroMega”. Insegna Studi strategici all’Università Luiss di Roma e Geopolitica all’Università San Raffaele di Milano.

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