Trimestrale di cultura civile

Così falso che sembra vero

  • MAG 2021
  • Gianluigi Da Rold

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Nel 1994 usciva un libro di Dario Fertilio, giornalista del “Corriere della Sera”, che appariva da un lato come uno schiaffo alla stampa italiana (in quel momento impegnata nella unanime “santificazione” della magistratura), dall’altro sembrava un allarme per le democrazie occidentali di fronte al conformismo generale del nuovo mondo della comunicazione: dai giornali alla televisione sino ai primi nuovi media che delineavano il futuro. Il titolo del libro era tutto un programma Le notizie del diavolo e il sottotitolo era una considerazione inquietante “La parabola ignota della disinformazione”.

La comunicazione si era ormai trasformata in una sorta di “guerra”, dove i canoni dell’oggettività e della completezza della stessa notizia erano ormai una chimera o forse rivelavano che in fondo lo erano sempre stati. Un’illusione.

Fertilio indicava l’attualità degli scritti di un antico polemologo cinese Sun Tzu, vissuto circa 2500 anni fa, al tempo degli “Imperi di mezzo”, che aveva steso tredici punti fondamentali, di cui il primo recitava: “Screditate tutto quello che c’è di buono nell’avversario”.

I tredici punti di Sun Tzu

L’attualità di Sun Tzu era testimoniata dal fatto che, dopo la “rivoluzione bolscevica” del 1917, la Ceka di Feliks Dzerzinskij fino al più noto Kgb di Iurij Andropov adottarono come base di studio quei tredici punti di Sun Tzu per le loro spie e li indicarono ai “fratelli”, Stati e partiti, della cosiddetta rivoluzione comunista.

Il grande patron di Mediobanca, Enrico Cuccia, sembrava ossessionato dalla capacità distruttiva di questa cattiva informazione e delle possibili manipolazioni. Nella prima biografia del grande banchiere, scritta da Fabio Tamburini e pubblicata nel 1994, si ricordava che Cuccia non aveva mai rilasciato un’intervista in vita sua, taceva con aristocratica noncuranza davanti ai reporter della televisione che lo aspettavano per strada, affidava le sue dichiarazioni, brevissime, a confidenze “mirate” ad amici o conoscenti. Ma ogni sera leggeva, quasi con apprensione e costante curiosità, una paginetta de L’arte della guerra di Sun Tzu, che anche lui, da avversario, riteneva attuale.

Il grande paradosso è che lo sviluppo delle democrazie, articolato sul riconoscimento centrale dei Parlamenti, sulla tripartizione dei poteri, si è basato anche sull’invenzione della stampa, dovuta a Johannes Gutemberg alla fine del 1400, ma la comunicazione in generale, anche quando non esisteva la carta stampata, è stata sempre un terreno scivoloso, spesso una macchina di produzione di quelle che oggi si chiamano fake news, cioè un mezzo di disinformazione, di manipolazione, a volte un’autentica catena di montaggio di pregiudizi, che spesso hanno fatto traballare e a volte cadere le democrazie.

François Furet, grande storico della Rivoluzione francese, sosteneva che Saint Just, teorico con Robespierre del governo rivoluzionario e del terrore, fosse portavoce della lotta alle fazioni, idealista, ideologo, fanatico. I suoi concetti purissimi erano in realtà disinformanti, anche auto-disinformanti perché funzionali a una concezione dogmatica della rivoluzione.

Esaminando quindi la crisi che stanno attraversando le attuali democrazie classiche, si può affermare che uno dei fattori problematici è anche quello del nuovo mondo della comunicazione.

Precisiamo innanzitutto che il web che domina, la bulimia comunicativa e le cosiddette “fake news” possono far pensare che le ambiguità e le manipolazioni che presiedono alla formazione di un’opinione collettiva nelle nostre società democratiche si siano determinate solo di recente, e solo in funzione delle ultime innovazioni tecnologiche. Ma non è affatto così.

“La questione della formazione di un’opinione pubblica – che certo si è fatta più complessa e intricata nel mondo globalizzato di Internet – ha origini ben più lontane” spiegava Nicola Tranfaglia nella sua prefazione al grande libro di Walter Lippmann L’opinione pubblica, scritto nel 1921 ma arrivato in Italia con il solito...tempismo dei nostri intellettuali e dei nostri accademici solamente nel 1963.

Torneremo su questo libro, che offre uno spaccato dei problemi che intercorrono tra formazione di un’opinione pubblica e la democrazia. Ma intanto soffermiamoci su alcuni “orrori storici” che hanno segnato la parabola della disinformazione.

Un caso emblematico: l’affaire Dreyfus

Il 15 ottobre 1894 un ufficiale ebreo dell’esercito francese venne arrestato con l’accusa di alto tradimento. Si chiamava Alfred Dreyfus ed era di origine alsaziana, cioè di una terra che era diventata tedesca dopo la sconfitta francese di Sedan nel 1870 in seguito alla guerra franco-prussiana. La scelta fu immediata per la famiglia Dreyfus, fieramente nazionalista: restò francese e si trasferì a Parigi. Ma nell’accusa all’ufficiale ebreo tutto questo non ebbe alcun peso.

Alfred Dreyfus venne sbrigativamente condannato all’ergastolo e alla deportazione sull’Isola del Diavolo nella Guyana francese, in base a prove false e prefabbricate, il 22 dicembre 1894.

Scoppia in questo modo “l’affaire Dreyfus”, che letteralmente sconvolse il corso politico della Terza repubblica francese e divise il Paese in un modo drammatico, provocando anche ripercussioni in tutto il mondo.

Theodor Herzl, che in quel periodo faceva il giornalista a Vienna, ritenne che “l’affaire Dreyfus” fosse la dimostrazione lampante che gli ebrei dovessero ricostruire un “focolare” in Palestina per sfuggire a una sorta di persecuzione e condanna perpetua. L’idea dello Stato di Israele nasce proprio da Herzl in quegli anni e, principalmente, a causa dell’“affaire”.

Che cosa rivelava in fondo “l’affaire Dreyfus”? In primo luogo il radicato antisemitismo francese, unito a un revanscismo antitedesco che divideva l’Europa. Se Dreyfus fu la “vittima designata” e cominciò a essere scagionato solo nel 1906, la guerra mediatica all’interno della Francia rivelò il potere contrapposto e devastante della comunicazione: quella più forte asservita ai servizi segreti e alla ragion di Stato (anche con tentativi di colpo di Stato), l’altra legata alla ricerca della verità in una battaglia difficilissima.

Chi attaccava Dreyfus erano, tra i principali giornali, “La libre parole”, “Le petit journal”, “L’intransigeant” e “La croix”. Gli organi di stampa che formavano l’opinione pubblica del tempo.

In contrapposizione, il 13 gennaio del 1898, sul giornale repubblicano e socialista in cui lavorava Georges Clemenceau, “L’aurore”, apparve la difesa di Dreyfus da parte del grande romanziere Émile Zola, con un titolo che, studiato da Clemenceau, è diventato una sorta di grido universale in tutte le lingue: “J’accuse”.

Zola portava le prove delle irregolarità e illegalità usate contro Dreyfus e per questo fu condannato a un anno di reclusione e a tremila franchi di ammenda per vilipendio delle forze armate. Ma “l’affaire” per fortuna si riaprì e dopo alcuni anni si risolse con la riabilitazione di Dreyfus. Fu comunque un caso emblematico della costruzione dello stereotipo confezionato dalla stampa su “ordine superiore” e della risposta coraggiosa di chi voleva una stampa libera e garante della democrazia, rivolta alla ricerca della verità possibile.

Il falso de I protocolli dei Savi di Sion

Fu una lotta durissima. Ma se in Francia scoppiava “l’affaire”, nella Russia zarista dei primi del Novecento, la polizia segreta confezionava e pubblicava un libretto, un falso documento dal titolo I protocolli dei Savi di Sion, in cui veniva descritto un piano segreto degli ebrei per conquistare il mondo. Era una collezione di plagi da altri testi antisemiti, messa insieme appunto dalla polizia segreta russa per giustificare le persecuzioni nei confronti degli ebrei e anche dei progressisti e liberali.

L’impatto di questo libretto è stato incredibile, è diventato un altro stereotipo che sopravvive ancora adesso, se il senatore del Movimento 5 Stelle, Elio Lannutti, twitta il 20 gennaio 2019 un articolo dove si fa riferimento proprio a I protocolli dei Savi di Sion. Si scuserà con un po’ di ritardo Lannutti, ma dimostra, nell’occasione, un’ignoranza storica da far rabbrividire.

Questi due drammatici fatti, avvenuti a cavallo tra Ottocento e Novecento, dimostravano che la fiducia riposta nei giornali, perché animavano un confronto, perché avevano la funzione di comunicare alla popolazione i dibattiti delle assemblee cittadine e poi delle istituzioni statali, non era sufficiente a tutelare le democrazie, che, in quei tempi, in diverse parti del mondo, cercavano di consolidarsi.

Occorreva uno studio sulla comunicazione per difendere i sistemi democratici dai nemici interni e da quelli esterni. Non era più sufficiente la separazione tra quality papers e popular papers, che separavano solo la lettura tra le élites e gli interessati al “sensazionale”; non bastava più l’aurea regola delle cinque “W” e nemmeno quella delle tre fonti, che confermavano una notizia dopo la ricerca e l’indagine personale. E l’immagine del wachtdog, del “cane da guardia” del potere, diventava una autoconsolazione illusoria.

Walter Lippmann, laureato in filosofia ad Harvard, è uno dei giornalisti più importanti della storia del Novecento. È lui che conierà la definizione che ancora oggi si usa: “guerra fredda”. Ma soprattutto è Lippmann, sin da giovane, che elabora una teoria della comunicazione nel libro L’opinione pubblica, che scrive nel 1921, come abbiamo già detto, dopo aver ricoperto nel 1917 la carica di sottosegretario aggiunto degli Stati Uniti durante la Prima guerra mondiale.
È un breve periodo della sua vita che gli permette di comprendere, anche attraverso i comunicati stampa del quartier generale degli alleati (la sconfitta, in una battaglia, diventa un arretramento tattico), le convulsioni comunicative di una società democratica che sembra inconsapevole della sua complessità.

Lippmann indaga e descrive i meccanismi in cui le “immagini” interne elaborate da noi stessi ci condizionano nei rapporti con la realtà. Poi ci sono gli ostacoli che non ci fanno comprendere i fatti, le distorsioni delle informazioni provocate dalle necessità di sintesi e magari di manipolazione volontaria della stampa e dei governi. Di fatto, si vive in un “ambiente anonimo” dove la cosiddetta informazione oggettiva è influenzata da preconcetti e pregiudizi. È per questa ragione che anche l’informazione può aiutare fino a un certo punto, ma in genere crea degli stereotipi, cioè una visione distorta e semplificata della realtà sociale.

Lippmann afferma: “L’ipotesi che a me sembra più feconda è che la notizia e la verità non siano la stessa cosa, e debbano essere chiaramente distinte. La funzione delle notizie è di segnalare un fatto, la funzione della verità è di portare alla luce fatti nascosti, di metterli in relazione tra loro e di dare un quadro della realtà che consenta agli uomini di agire. La notizia non dice in che modo il seme stia germinando nel terreno ma può dirci quando appare sul terreno il primo germoglio”.

La democrazia può quindi essere sorretta da uno sforzo di comprensione, da una continua ricerca, dal pensiero costante, da una partecipazione alla conoscenza oltre la cortina della comunicazione ufficiale. Spiega Lippmann: “Quando tutti pensano nello stesso modo, nessuno pensa molto”.

L’opera di Lippmann è una sferzata in difesa della democrazia, per la ricerca di una comunicazione che ti aiuti a comprendere, pur con tutti i limiti, all’interno di uno Stato democratico e di una società sempre più complessa. Ma allo stesso tempo è una difesa contro il mondo esterno, quello antidemocratico, che si organizza con “autentici bollettini di guerra” per abbattere le democrazie.

In quello stesso periodo i “nipotini” di Sun Tzu sono insediati a Mosca e non hanno a disposizione la Ceka e il Kgb, ma elementi come l’angloamericano Walter Duranty, corrispondente del “New York Times” ma spia sovietica, che scriveva che “tutto va bene a Mosca e Leningrado”, anche quando nel 1920 la violenza dilagava e c’erano pure casi di cannibalismo. Quindi un silenzio vergognoso quando cominciarono i processi di epurazione.

In fondo, Duranty sarà solo un precursore dei famosi “cinque di Cambridge” – (Philby, Burgess, Blunt, Maclean, Cairncross) che Stalin chiamava i “miei ragazzi di Cambridge” – descritti nei grandi romanzi di John Le Carrè e sostenitori della dittatura e dell’imperialismo sovietico, vivendo a loro parere, in una democrazia che aveva perduto il suo “senso estetico oltre che quello etico”.

Le manipolazioni sovietiche e naziste

Era talmente indifesa in quegli anni la democrazia che Duranty, premiato pure con un “Pulitzer”, sarà decisivo nel riconoscimento dell’Urss da parte degli Stati Uniti nel 1933.

Ma a Mosca fecero ancora qualcosa di più raffinato. Un vecchio amico di Lenin sin dai tempi dell’esilio in Svizzera, Willi Munzenberg, organizzò un ufficio di propaganda occulta all’esterno dell’Urss nell’Europa occidentale. Munzenberg, tedesco figlio di un tipografo, organizzò per primo le “marce per la pace” contro l’imperialismo occidentale e promosse sottoscrizioni fino allora sconosciute a cui aderirono persino uomini come Albert Einstein e Thomas Mann. Era un “mago” della propaganda occulta Munzenberg, che sceglieva bene i suoi collaboratori, come l’ebreo ungherese Arthur Koestler.

Ma furono proprio Munzenber e Koestler a smascherare, dopo le illusioni, il dispotismo del comunismo. Munzemberg divenne un socialdemocratico e fu ucciso da sicari stalinisti, al confine tra Francia e Svizzera, nel 1940, mentre scappava durante la caduta di Parigi, nella Seconda guerra mondiale. Koestler scrisse Buio a mezzogiorno un libro che svelava i crimini dei processi staliniani che fece abbandonare il comunismo anche a un uomo come Leo Valiani, il primo che lesse il manoscritto nel campo di internamento francese di Le Vernet.

Accanto ai “nipotini di Sun Tzu” arrivarono negli anni Venti del Novecento e si insediarono negli anni Trenta in Germania gli eredi dell’anti-ebraismo e i fautori dello Stato autoritario, i nazisti, che si ispirarono in un primo momento allo Stato fascista italiano e all’operazione condotta da Benito Mussolini nel Götterdämmerung (crepuscolo degli dei, ndr) del vecchio e decrepito liberalismo italiano.

I nazisti superano a destra ogni ignominia storica con la programmazione della “Shoah” e le guerre di aggressione. Informazione libera e democrazia tramontano definitivamente sotto i cieli europei.

Sovietici e nazisti manipolano e disinformano su tutto, sia quando stanno insieme in uno strano connubio, come quando nel 1939 invadono contemporaneamente la Polonia e si scambiamo prigionieri ebrei sul fiume Bug.

C’è una testimonianza drammatica di Margarete Buber-Neumann che scrive un grande libro Prigioniera di Stalin e Hitler. I sovietici massacrano 22mila persone, soprattutto gli ufficiali polacchi nella strage di Katyn, i nazisti compiono le loro tragiche operazioni. Ma tacciono sulle responsabilità dei singoli episodi. Solo quando diventano nemici si accusano a vicenda con menzogne spudorate.

Comunque manipolano e disinformano anche quando si contrappongono. Dopo l’incendio del Reichstag a Berlino, il 27 febbraio del 1933 (Hitler era stato nominato Cancelliere il 30 gennaio dello stesso anno), diventa incontenibile la svolta nazista della Germania e, quindi, i nazisti accusano i comunisti dell’incendio. Ma otto mesi dopo, al processo di Lipsia, viene condannato solo il giovane olandese Marinus van der Lubbe, mentre Georgi Dimitrov, agente del Komintern, viene assolto per insufficienza di prove.

Il fatto è che sull’incendio nessuno al momento sapeva bene come erano andate le cose. François Furet, ne Il passato di un’illusione, riporta il giudizio di Arthur Koestler : “Il mondo credeva di assistere alla classica lotta tra la verità e la menzogna. In realtà i due partiti erano colpevoli, ma non del crimine di cui si accusavano reciprocamente. Entrambi mentivano e temevano che l’altro sapesse più di quanto realmente sapeva. Così quella lotta in realtà non era altro che una partita a mosca cieca tra due giganti. Se il mondo all’epoca avesse conosciuto gli stratagemmi e i bluff che venivano adoperati si sarebbe potuto risparmiare molte sofferenze. Ma né allora, né dopo, l’Occidente ha veramente capito l’ideologia totalitaria”.

I due giganti erano ovviamente Munzenberg da un lato e dall’altro il genio della propaganda nazista Joseph Goebbels, tragica figura che ripeteva spesso: “Sparlate, sparlate, qualcosa resterà”. E ancora: “Tutte le persone meritano uno sguardo, ma non tutte le domande meritano una risposta”.

Le tragedie della storia lasciano il segno. A volte aiutano a migliorare, spesso provocano tragiche ricadute. In senso crociano, la storia è un cammino verso la ragione e la libertà, ma spesso diventa una rivolta irrazionale e un salto all’indietro.

Il salto in avanti degli apparati della comunicazione

Nel secondo dopoguerra, nel periodo battezzato da Lippmann “guerra fredda”, c’è una battaglia ancora controllata tra informazione e disinformazione per circa un trentennio, quello definito “felice”. Gli occidentali creano Radio Monaco in Germania e cercano di penetrare nelle radio e nelle immagini delle televisioni del blocco orientale. L’impero sovietico risponde con il “jamming”, il disturbo sistematico delle comunicazioni, e riempiono l’Occidente di spie che, nella lotta con gli agenti occidentali, rappresentano la parte “calda” e spietata della “guerra fredda”.

Ma è accaduto qualche cosa di più deflagrante nel mondo della comunicazione. La stampa diventa lentamente uno “strumento” quasi sorpassato di fronte alla televisione, un “media freddo” come lo chiamava Marshall McLuhan, che scopre il “villaggio globale” e che è attratto ma allo stesso tempo diffidente, proprio per le sorte della democrazia, dall’ampiezza dei nuovi media elettronici che si moltiplicano in breve tempo e che superano anche la forza informativa della televisione.

Quando arriva l’illusoria e para-comica “fine della storia”, confezionata da Francis Fukuyama, l’apparato della comunicazione è ormai vastissimo, ricco di strumenti impensabili, ma allo stesso tempo controllato da grandi apparati in mano a grandi poteri internazionali.

Non sembra più possibile creare, a questo punto, un’altra teoria complessiva dell’opinione pubblica che salvaguardi la democrazia. La “folla solitaria”, che è cresciuta nella non-partecipazione, è ricca di pregiudizi e collabora inconsapevolmente a incrementare una sorta di comunicazione zeppa di stereotipi e di inutili manipolazioni. Mentre i reali meccanismi del potere sono a diretta conoscenza di una nuova tecnocrazia, che sta addirittura sostituendo i politici e la politica, si vive in una sorta “repubblica dei social”.

La tecnologia quindi, al momento, non sembra ancora al servizio della ragione, della libertà e della democrazia. È il primo obiettivo che l’umanità deve cercare di comprendere e utilizzare positivamente per non fare un salto all’indietro e ritornare al potere dei “miti”.

Lo stato di sofferenza di tante democrazie attuali, soprattutto quella italiana, fa venire in mente uno splendido film di Stanley Kubrick del 1968 2001: Odissea nello spazio. C’è un’astronave che viaggia nello spazio e il computer “Hal 9000” comincia a mentire e a disobbedire agli ordini degli uomini a bordo. Il ritorno sulla terra sarà difficilissimo e travagliato. Oggi quella immaginifica astronave sembra la democrazia, che ancora si salva a stento dalla disobbedienza della raffinata tecnologia che è stata creata.

Gianluigi Da Rold è giornalista e scrittore italiano. È stato inviato speciale del “Corriere della Sera” e condirettore della rete regionale della Rai a Milano. Nel 1978, con Tobagi, promuove la fondazione di Stampa Democratica, nuova corrente sindacale del giornalismo italiano.

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