Trimestrale di cultura civile

La virtuosa imperfezione dell’Europa

  • MAG 2021
  • Emma Bonino

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Nel Vecchio Continente non siamo al tramonto del modello di democrazia liberale. E neppure è in atto un suo radicale processo di trasformazione. La storia dell’Europa occidentale uscita dalla Seconda guerra mondiale racconta di un vissuto di passaggi assai complicati dai quali l’istituto della democrazia ha sempre saputo rigenerarsi. Proprio partendo dalla convinzione condivisa che si tratta di un sistema imperfetto e quindi non assoluto. Tuttavia i problemi ci sono e vanno affrontati con un piano di riforme strutturali. In primo luogo rendere la Bce prestatore di ultima istanza. E lavorare per costruire gli Stati Uniti d’Europa. Ovvero: una realtà autorevole e finalmente protagonista del ritorno duraturo sulla scena del multilateralismo. La visione europeista della senatrice Emma Bonino.

Senatrice Bonino, la letteratura scientifica si interroga sulle ragioni del precario stato di salute della democrazia. Laddove la pandemia ha solo accentuato l’evidenza del problema. A suo avviso siamo avviati a una trasformazione definitiva dei modelli occidentali di democrazia per come li abbiamo fin qui conosciuti?

Nella vita, e quindi anche nella vita politica, di definitivo non vi è mai niente. La sfida tragica che ci è capitata con la pandemia potrà risolversi in un modo o in un altro. Dipenderà dall’attività e responsabilità di ciascun individuo, di ciascun Paese, dell’Europa, degli Stati Uniti. Eccetera.

Non per cedere a un facile ottimismo, ma piuttosto alla determinazione che caratterizza il mio carattere, non condivido il pensiero di chi sostiene che la democrazia sia in crisi. Si tratta di un modello che sempre ha dovuto fare i conti con circostanze anche profonde di difficoltà ma che, come ci insegna la storia, infine ha sempre saputo riprendersi. E questo vale anche per il presente che stiamo attraversando.

Non ritengo possibile che – al di là di ubriacature sovraniste e populiste che devono comunque farci riflettere – ci si stia avviando in Occidente al tramonto della democrazia o a una sua radicale modificazione che verrebbe a snaturarne originalità e funzioni. Tenuto conto del fatto che la democrazia liberale nasce come principio e modello imperfetto. Contrariamente ad altri sistemi e ad altre visioni del mondo. La democrazia dispone al suo interno di strumenti efficaci di correzione. E per altro non vi è niente di più fragile della politica. L’unico elemento veramente stabile è la geografia. Certo, veniamo da anni complessi, dal manifestarsi di nazionalismi come quello di Trump negli Stati Uniti e mi pare che – e lo vedremo nel tempo – si sia svoltato, girato pagina con un ritorno assertivo alla necessità del multilateralismo.

Questo ritorno dovrebbe fornire elementi di fiducia a che il muro dei conflitti abbia a rientrare in perimetri collaborativi, pur nel contesto di dialettiche anche aspre. Da europeista convinta e atlantista dichiarata, questo permetterebbe di affrontare con maggiore chiarezza e risolutezza il non semplice dialogo con Cina e Russia, realtà animate da forte intraprendenza e voglia di protagonismo su scala globale. Per non dire di altri Paesi di grande potere intermedio come Turchia e Arabia Saudita. Fino al Qatar, entità sostanzialmente sconosciuta fino a trent’anni fa. Insomma, lo scenario è certo faticoso, ma questo non mi spinge al pessimismo.

L’Europa non se la passa bene a causa di molti errori commessi. Ma sono altrettanto convinta che non vi sia spazio per altro destino. Dunque, non è che si debba contribuire o rimanere a guardare la barca in difficoltà e prossima ad affondare, nella convinzione che tanto poi la si possa ricostruire più bella e luminosa. No, è saggio intervenire adesso per riparare la barca mentre va. Concordo che sia difficile correre ai ripari nel pieno della tempesta. Ma siccome la barca non l’abbiamo riparata prima della tempesta – e in questo condivido l’analisi di una democrazia già in difficoltà e messa a dura prova prima della pandemia – ora è il momento di avviare una politica riparativa, pur dentro la stagione della tempesta, per approdare con l’imbarcazione sulla sponda degli Stati Uniti d’Europa. Se osservo con attenzione quel che accade in altri sistemi – Cina esclusa – vedo una realtà come la Russia che ha piedi d’argilla giganteschi dovuti soprattutto alla profonda crisi economica. Poi il suo presidente potrà pure mostrare i muscoli dal punto di vista geo-strategico, però se vi guardiamo dentro, provando a capire la situazione di quel Paese, il quadro non può certo definirsi brillante. Anche in Turchia circostanze fattuali che mettono in discussione il protagonismo di Erdogan le abbiamo registrate; vedi le sue sconfitte elettorali in città importanti quali Ankara e Smirne e lo stesso è avvenuto in Anatolia.

Restiamo alla barca da riparare. A livello sovranazionale quali le falle più evidenti?

Il problema vero è quello di ridefinire il quadro delle riforme. Penso in primo luogo a rendere la Bce prestatore di ultima istanza. Che vuol dire poter finalmente disporre di un ministro del Tesoro; di un budget condiviso a cui attingere nei momenti di difficoltà economica di Paesi membri. Si tratta di un’áncora estremamente importante. Quasi l’unica arma negoziale che come Europa potremmo disporre rispetto ad altri colossi internazionali.

In secondo luogo dovremmo incominciare a riflettere sull’opzione – che però implica interventi sui trattati di politica estera – di attivare una difesa comune. Inoltre, il presente dell’Unione europea ci parla di ritardi sui vaccini rispetto a Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele. E tale ritardo della politica ha permesso l’arrivo sulla scena internazionale di attori non pubblici, assai influenti come Big Pharma e l’oligopolio delle Big Tech. Poteri assai invasivi che, nei fatti, non si sono limitati ad affiancare gli Stati membri ma si sono sostituiti a essi. E questo non va bene perché traduce un deficit di personalità e autorevolezza dell’Ue nel suo complesso e dei Paesi che dovrebbero concorrere a rafforzarne il profilo. Aggiungo che anche il sistema multilaterale, cui credo molto, si configura ormai come un organismo composto da più soggetti, ovvero gli Stati contaminati dalla presenza ingombrante e pervasiva di grandi concentrazioni di potere che intervengono senza essere oggetto di regole. I mercati devono essere regolamentati: nessuno Stato può lasciare un potere di decidere così immenso e su questioni vitali ad aziende private. La risposta assai problematica e parziale alla vicenda della pandemia lo conferma. Come europei siamo stati più spettatori che protagonisti. Non sarà un caso se non vi è un vaccino europeo. I brevetti sono tutti anglo americani e anglo svedesi. Non vi è una proprietà europea. E su tutta la ricerca siamo assolutamente in ritardo.

Manca un’Europa forte e autorevole in grado di essere protagonista, capace di armonizzare e controllare i rapporti con entità private globali molto aggressive. Naturalmente in collaborazione con altri Paesi proprio nella logica virtuosa del multilateralismo. La svolta americana qualcosa potrebbe offrire in tal senso. Però invito a coltivare giudizi realistici e quindi a non vedere in Joe Biden il presidente dell’Europa. Abbandoniamo la strada delle illusioni già praticata con l’elezione di Barack Obama. Una presidenza che sicuramente non ha trascurato lo storico rapporto con l’Europa, ma è indubbio che le sue attenzioni strategiche fossero rivolte al Pacifico e all’Asia. E non credo che Biden verrà meno a quella strategia.

Davanti a questo scenario è palese che gli Stati membri dell’Europa da soli non possono pensare di contare alcunché. Ecco allora la convenienza di adoperarsi per rafforzare l’Europa, non per affermare una logica di dominio o per pensare di poter risolvere di per sé le profonde contraddizioni del mondo; ma per assumere il ruolo di interlocutore credibile al tavolo dei negoziati. Perché o prevale il metodo dei negoziati o si finisce in un vicolo cieco, anticamera della guerra. La storia non smette di ricordarcelo.

Le mosse Ue nel periodo della pandemia dicono che la risposta sovranazionale si è dimostrata più efficace di quella sovranista. Visione ottimistica o condivisibile?

Se analizziamo la situazione guardandola in prospettiva, probabilmente è una riflessione condivisibile. Tuttavia occorre riconoscere che l’Europa ha compiuto molti errori. I numeri sono lì da leggere e interpretare. La velocità del Regno Unito rispetto alla lentezza dell’Europa dice che le cose nell’Ue non hanno funzionato come dovevano. Ma si può correre ai ripari, come ho già detto, rinvigorendo l’istituto della democrazia attraverso un deciso cambio di passo. Partendo da un’attenta analisi e una profonda riflessione autocritica sulle ragioni dell’imbarazzante impasse. Non possiamo ritenerci soddisfatti dell’eventuale generosità del partner americano.

Lo storico dell’economia Giulio Sapelli, nel suo ultimo libro Nella storia mondiale Stati, mercati, guerre vede l’Europa delle democrazie ancora oggi estremo ancoraggio contro le tempeste che caratterizzano questi tempi. Si sente di condividere questo approccio e se sì quali, secondo lei, le ragioni che, dalla sua prospettiva culturale, sostengono una visione di questo tipo?

La realtà ci dovrebbe far comprendere quel che il professor Sapelli intende nel suo libro. Prendiamo il mappamondo. Guardiamo dove stanno l’Europa, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti. L’America latina di cui si sa e ci si occupa poco. E poi c’è l’Africa. Volendo evitare guerre non vi è altra strada che la cooperazione. Ed è chiaro che un’Europa unita e strutturata nel suo modello di democrazia liberale diventa più credibile e forte in termini negoziali anche sui temi dei diritti umani che sono un processo che non si risolve nello spazio di un mattino. Ma anche in materia di relazioni commerciali. Invece il metodo che si sta praticando con preoccupante regolarità è quello delle sanzioni dappertutto. Che non producono effetti risolutivi all’evidenza dei problemi. Mentre in giro continuano a manifestarsi conflitti armati di cui non ci si occupa. Pensiamo solo a quel che accade da tempo nello Yemen; quando la guerra avrà termine quello sarà un Paese distrutto da tutti i punti di vista. E anche ciò che sta succedendo tra Etiopia ed Eritrea meriterebbe qualche attenzione in più. Con tutti i risvolti negativi che quel conflitto produrrà nello scacchiere del Mediterraneo. Detto ciò, l’Europa deve preoccuparsi di dare risposte convincenti e chiare a questioni interne che però sono tutte globali. Pensiamo solo allo slogan, così tanto di moda, che “tutto è verde”. Mi fa piacere si sia arrivati a quel punto. Tuttavia, da dove incominciamo? Con quali impatti sull’industria, sulla tecnologia? Iniziamo dai rifiuti, dalla mobilità, dal Co2? Insomma, da dove? E anche questo va coordinato a livello europeo. Altrimenti prosegue la pratica di politiche completamente asimmetriche. E quindi, nella sostanza, inefficaci.

Il filosofo tedesco Jurgen Habermas, in una recente lectio magistralis all’università di Lovanio, ha detto che solo l’intesa internazionale per via di istituzioni globali efficaci, a partire da quelle dell’Ue, può aiutare ad affrontare le difficoltà del momento in modo adeguato. In Europa – ha spiegato Habermas – l’unione politica deve sostituire quella semplicemente economica. Con una aggiunta: la necessità di una ripresa di solidarietà intra-europea. In sintesi, la centralità del primato della politica in opposizione a chi ritiene che la soluzione dei problemi europei nella fase attuale possa avvenire solo in nome del capitale.

Io credo che l’unione politica, che ancora non c’è, non deve in alcun modo sostituire il libero mercato o meglio il mercato aperto. Invece lo deve guidare con regole certe da far rispettare. Dunque: prima lavoriamo a un’effettiva unione politica dell’Europa e, a quel punto, essa dovrebbe farsi carico di favorire il processo di un mercato autenticamente aperto. La visione statalista non ha mai funzionato per davvero.

Non siamo la Cina, con il suo capitalismo di Stato. Il fatto che continui a mancare la gamba politica per me è sempre stato un deficit evidente. Ribadisco: l’Europa non dispone di un ministro del Tesoro.

Gli Stati Uniti governano il 20% del PIL nazionale. Per cui hanno le disponibilità per intervenire nel concreto quando uno Stato è in difficoltà. L’Europa non è nelle condizioni di poter fare altrettanto. Perché finora non abbiamo voluto crearne le condizioni. Poi, per il come distribuire, serve la buona politica, un tavolo europeo bilanciato e non difettoso e perciò in disequilibrio. La buona politica permette di attuare la solidarietà non distribuendo debiti, ma ricchezze, risorse. Il vuoto in politica non esiste come nei rapporti personali. Se si crea un vuoto qualcuno lo occupa, vedi il sopraggiunto protagonismo cinese in Libia che ha approfittato dell’alto tasso di litigiosità tra Italia e Francia. Poi c’è qualcheduno che cerca di crearlo questo vuoto. Putin sa bene come dividere gli europei. Lo stesso Trump che ha visto nell’Europa democratica un avversario. Queste e altre manovre dello stesso segno, cioè un aggiornamento dell’inossidabile divide et impera, dobbiamo vederle e combatterle.

Nel Parlamento europeo si sono udite parole preoccupate sulla possibilità che la Cina sfrutti la pandemia per influenzare il rispetto dello Stato di diritto in Europa. Le paiono preoccupazioni eccessive oppure una certa fascinazione verso quel Paese sta favorendo la “sua influenza” e quindi la sua intrapresa a promuovere iniziative per indebolire gli istituti delle democrazie liberali?

Il tema della sicurezza di cui si fa vanto la Cina ha un po’ fatto breccia in Europa. Questo fenomeno rappresenta una grande provocazione per noi europeisti. Una cosa però è certa: non si può pensare di interrompere le attività commerciali con la Cina. Dobbiamo proseguire, senza che ciò voglia dire accettare il loro sistema politico, quel capitalismo di Stato senza concorrenza e senza libertà. Il necessario rapporto dialogico deve fondarsi sulla chiarezza. Per l’Europa delle democrazie è fondamentale la libertà economica e ancor di più la libertà dei cittadini. La libertà d’opinione, le libere elezioni e via di questo passo. Saremo un poco ammaccati ma la nostra democrazia rimane un perno affidabile. Anche perché al di fuori dell’Europa permangono situazioni assai complesse e discutibili. Per fare un solo esempio, non credo vi sia in corso un Rinascimento in Arabia Saudita come ho letto da qualche parte e come caldeggiato da una politica poco avveduta o interessata. Stiamo attenti a non confondere le necessità economiche con l’asservimento culturale.

Dovesse occuparsi di scrivere il prossimo capitolo di un libro sulla democrazia ancora da terminare su cosa principalmente porrebbe l’attenzione?

Dipende di quale Paese stiamo parlando. I limiti e le fragilità del sistema democratico non sono uguali in tutti i Paesi. Il sistema americano presenta una forza istituzionale di pesi e contrappesi molto evidenti.

Venendo all’Italia non è la stessa cosa. Qui i pesi e contrappesi, pur essendovi, sono oggi assai deboli. Abbiamo vissuto l’esperienza drammatica – mi auguro giunta al termine – di un annullamento del Parlamento. Per non dire del capitolo “giustizia” e del ruolo della magistratura. Tuttavia resto convinta che la democrazia fatica ad adattarsi al concetto assoluto di potere e perciò si impegna per depotenziarlo con meccanismi di contrappesi e di ricambio.

In Francia i problemi sono di altra natura, dovuti alla presenza dello Stato centralizzato che genera malumori. Detto ciò, è impossibile approcciare il tema in un’ottica globale. Bisogna essere più puntuali nell’interesse di salvare la democrazia facendo però i conti con la realtà di ciascun Paese.

Ad esempio, come è giusto affrontare in una visione democratica il conflitto storico tra Spagna e Catalogna? Ma in generale, l’Europa non è nata per applicare uno schema che ci rendesse tutti omogenei. Ma è nata per governare le diversità. Ragione di fondo e sempre elemento di novità. In altre parti del mondo non è così. In molti Paesi i cittadini vengono allineati e controllati uno per uno. L’Europa non è venuta alla luce per controllare e limitare le libertà. Certo i cittadini devono sempre potersi esprimere per confermare o meno la preferenza del nostro modello imperfetto di democrazia. E fintanto che non mi viene offerto un altro modello convincente io continuo a tenermi stretto questo.

In che modo, per rispondere alla complessità delle sfide in atto, dovranno cambiare le rappresentanze? Oggi sembra proprio che fatichino a comprendere la domanda di cambiamento. E quel vuoto è stato riempito da altre espressioni, da altre proposte di modelli.

La narrazione degli ultimi anni è stata molto pervasiva. Molto sovranista. Molto populista. Ciò è venuto a scoraggiare un certo tipo di partecipazione. Se penso a imprese, cittadini, partite Iva, la politica non ha saputo cogliere le priorità che quei soggetti esprimevano ed esprimono. Che riguardano il presente ma soprattutto il futuro dei loro figli. Il modello democratico si può e si deve aggiornare, ha gli asset per farlo. L’Europa è un motore diesel – dice il premier francese Macron – va piano e va lontano. Giusto. Io preciserei che non bisogna esagerare in quanto a lentezza. Se si perde del tempo in dibattiti e si perdono di vista i problemi del quotidiano, ecco allora le migliaia di morti e i ritardi sui vaccini. Esistono materie che devono essere affrontate da competenze più rapide. Adeguate a cambiamenti mondiali che sono velocissimi.

Senatrice Bonino, abbiamo deciso di intitolare questo numero di “Nuova Atlantide” dedicato alla crisi della democrazia L’amica fragile, intendendo che la sua forza, la sua ragion d’essere, quale proposta convincente all’avanzare delle diverse forme di autoritarismo (democrazie illiberali) sovraniste e/o populiste risieda proprio nella sua fragilità, nel suo essere sempre in costruzione, in movimento, dunque di continuo messa alla prova per rimanere un’attrazione realistica. Una debolezza strutturale generatrice. Una fragilità virtuosa. Condivide questa interpretazione?

L’ Unione europea è un processo. Dunque sempre in costruzione. Su radici di democrazia liberale imperfetta e, come suggerisce lei, anche fragile. L’Ue tiene insieme Paesi che hanno la propria storia. Certo, esiste un’Europa a due velocità e non dobbiamo scandalizzarci per questo. C’è l’Europa della moneta unica come quella che la rifiuta; c’è chi ha Schengen e chi no. La nostra Europa è un’invenzione proto federalista che non si rintraccia in altri continenti se non negli Stati Uniti che hanno messo al centro e in comune alcune importantissime competenze, ma le altre sono appannaggio degli Stati. Con le nostre specificità, il progetto in fieri di Europa unita nella diversità continua a essere la migliore opzione. Una realistica e virtuosa imperfezione. Una fragilità di democrazia liberale che mantiene le distanze da concezioni di potere assoluto.

Emma Bonino è una politica italiana, già parlamentare europea, ministro e vicepresidente del Senato. Una particolare attenzione ha riservato, negli ultimi anni, ai nuovi aspetti della “questione femminile”.

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