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ARTICOLO | Tema di “Atlantide” n. 44 (2018)

Da dove ripartire? Un nuovo umanesimo per l’economia

Insieme al grande sviluppo tecnologico e a dinamiche economiche troppo soggette a volatilità finanziarie, la nostra epoca si caratterizza per una crescita delle diseguaglianze che sta scatenando guerre tra poveri e rischia di mettere alla prova la tenuta stessa del sistema. Pur in una prospettiva incerta e confusa, occorre capire da dove ripartire.

Che cosa è accaduto dopo l’inizio della globalizzazione? Si è assistito a una riduzione della differenza della ricchezza tra Paesi ma, nello stesso tempo, si è verificato un aumento delle diseguaglianze all’interno di diversi Paesi. A fronte di un incremento dell’occupazione complessiva, è anche cresciuto lo sfruttamento dei lavoratori non qualificati. La maggiore efficienza e la relativa riduzione dei costi di produzione, ha causato paradossalmente l’impoverimento di economie locali emarginate da tali dinamiche. Il trasferimento di risorse naturali verso Paesi con una domanda più elevata, ha troppo spesso comportato la distruzione dell’ambiente. La crescita in alcuni Paesi ha spesso favorito forme di neocolonialismo sostanzialmente identiche al colonialismo tipico del passato. Questo, fra l’altro, ha provocato un aumento del debito di molti Stati e ha scatenato guerre locali; questo è avvenuto sia nei Paesi ricchi di risorse naturali ed esportatori, sia in quelli senza risorse esportabili e dunque emarginati. Se in generale c’è stata una crescita del livello di istruzione, essa è stata accompagnata da un’omologazione culturale. Infine, negli anni che abbiamo alle spalle, la globalizzazione ha favorito la libera circolazione delle persone, facendo sorgere tuttavia problemi legati all’immigrazione nei Paesi più ricchi e generando fenomeni di esclusione e rifiuto.

Si può andare avanti ad analizzare lo scenario fino al più piccolo dettaglio, ma sono sufficienti questi rapidi e approssimativi cenni per comprendere che la globalizzazione va governata ripensandola a partire dall’essenziale. In particolare, non si può prescindere dall’idea che l’economia è espressione dell’iniziativa umana ed è a servizio di tutti gli esseri umani. Gli economisti più innovatori come Smith, Ricardo, Schumpeter, Marx, Keynes sono stati degli umanisti. E molti altri oggi seguono questa concezione. Tra loro: Richard Thaler che parla di una nuova razionalità dell’uomo economico; Jean Tirole che tratta in modo innovativo il bene comune;

George Akerlof che descrive il cambiamento degli standard economici; Amartya Sen, che introduce il concetto di capabilities; Kenneth Arrow, che parla di fiducia e di desideri socializzanti.

Va recuperata una concezione di economia che si basa sul riconoscimento del valore assoluto di ogni essere umano, sul valore della socialità, sul fatto che nessun uomo è un “mondo chiuso” e non deve rimanere schiavo dei suoi capricci o della sua voglia di prevaricare sugli altri, piuttosto che sulla natura e sull’ambiente in generale.

L’esigenza di socialità, che sta alla base di una simile scelta, è quella che mostra quanto la soddisfazione di dedicarsi alla costruzione della casa comune possa essere più grande del pensare al proprio orticello.

È proprio questa idea di economia, che rispecchia la grandezza dell’essere umano, a essere entrata in crisi. Infatti come nasce la crisi globale? Nasce da un uso distorto della finanza e dal fatto che non è stata più concepita a servizio dell’economia reale e del lavoro, ma solo a vantaggio dell’“aristocrazia” internazionale del denaro.

L’esempio più clamoroso è quello all’origine della recente crisi: la decisione di equiparare le banche commerciali, legate agli investimenti per l’economia reale, alle banche d’affari, cioè agli investimenti finanziari speculativi, oltretutto senza un adeguato controllo. Cosi la finanza ha considerato di poco conto il patrimonio di base delle banche, costituito dai risparmi dei cittadini, e i crediti delle banche sono stati venduti a terzi e immessi sul mercato sotto forma di prodotti finanziari.

La voglia di guadagnare, al di là del valore reale di beni e servizi, ha determinato comportamenti finanziari che non erano funzionali alla produzione, ma guardavano solo alla rendita, prescindendo dallo sviluppo e dalla crescita del lavoro.

Che questo sia stato un uso distorto delle risorse economiche lo si capisce dalle forti diseguaglianze che si sono create e che alla lunga possono mandare in crisi tutto il sistema, perché contrariamente a quanto dice la teoria neoclassica, non è vero che il mercato “si mette a posto” da solo. In generale, non ci si può affidare a dei tecnicismi senza governarli. La situazione è stata in parte tamponata con l’aumento del debito pubblico degli Stati, ma questo aumento e la diminuzione dei crediti concessi a famiglie e imprese, ha portato al crollo della fiducia, non solo nei confronti della finanza, ma anche dei politici che dovrebbero riscriverne le regole. Tutto questo sta rendendo la situazione molto complicata e di difficile soluzione. Si assiste, sia in America che in Europa, alla crescita di populismi, un sommovimento politico e sociale di dimensioni incontrollabili.

Alla base della crisi c’è anche un’involuzione della concezione di impresa. Persino negli anni più acuti della recessione, banchieri, grandi imprenditori e manager hanno continuato a guadagnare bonus in miliardi. Oltre alla caduta del senso di responsabilità personale, questo fatto è indice di una mentalità molto diffusa. Il fine dell’impresa non è più quello di crescere, garantire occupazione, mettere sul mercato buoni prodotti e servizi e, in base a questo, guadagnare. Il fine dell’impresa sembra, invece, essere quello del profitto tout court e immediato: dare dividendi agli azionisti, aumentare il valore delle azioni, pagare profumatamente i dirigenti.

La massa di investimenti finanziari a breve non è proporzionata agli investimenti industriali che prevedono tempi più lunghi. L’enorme trasferimento di ricchezza dall’industria alla finanza ha generato una colossale bolla dei valori azionari, che si è poi inevitabilmente sgonfiata per i riflessi negativi sull’economia.

Non si tratta solo di un problema morale, ma di concezione. Dal positivismo al neoclassicismo, al monetarismo odierno, molti hanno pensato che l’economia fosse come una scienza naturale e per questo soggetta a meccanismi prevedibili e da indagare. Invece l’uomo non solo non è prevedibile, ma è anche libero e creativo, portato a trovare soluzioni sempre nuove che eccedono la mera funzionalità. Innovazione e cambiamento nascono da qui. Senza poi contare che gli uomini vivono di relazioni e che a questo subordinano spesso il loro interesse materiale.

Rimettere l’uomo al centro di tutto, sia come soggetto che come destinatario della creazione di valore, non significa semplicemente esaltare l’aspetto morale o la necessità della solidarietà, ad esempio, contrapponendo “business” a “non profit”. Significa invece tornare a guardare come avviene la creazione di valore, come si esprime la creatività, come vengono formate le capacità utili a questo scopo e dove vivono gli ideali che aiutano le persone a realizzarlo.

Più che mai in un’epoca di grandi trasformazioni occorre essere capaci di reagire al cambiamento e alle cadute e quindi essere disponibili a imparare continuamente, a conoscere e a essere creativi.

È centrale quindi la formazione del capitale umano, considerato sempre più come frutto della personalità e non solo come insieme di conoscenze e competenze. I character skills, quali stabilità emotiva, capacità di cooperare con gli altri, amicalità, responsabilità, sono alcune delle dimensioni fondamentali che vanno educate per la loro importanza in economia. È la persona al centro, ma lo è nella sua complessità. I character skills non sono però nuovi meccanismi da sostituire ai vecchi, alla conoscenza solo cognitiva e mnemonica. Sono piuttosto tratti che sottendono la dinamica positiva della natura umana, che tende irriducibilmente a migliorarsi, a crescere, a cambiare. Queste dimensioni suggeriscono anche la fiducia nella capacità della ragione di conoscere ed essere creativi. Un’esperienza di conoscenza in grado di rendere le persone più se stesse.

A questo riguardo servono luoghi di aggregazione, non solo per soddisfare un bisogno primario delle persone, esseri relazionali, ma perché questa dinamica positiva va sostenuta ed educata.

Movimenti (in origine quello cattolico e quello operaio), associazioni, partiti, sindacati, aggregazioni di qualunque tipo, lungo la storia, hanno aiutato i singoli a incontrarsi, a confrontarsi, a conoscere, ad approfondire, a porsi domande. Soprattutto hanno sostenuto i loro desideri, i loro ideali, la loro capacità di iniziativa contro la tentazione di immeschinirsi.

Oggi più che mai si sente il bisogno di realtà che sostengano ogni “io” a riprendere consapevolezza, motivazione, fiducia. Il protagonismo sociale, economico, politico e istituzionale di cui l’Italia ha un estremo bisogno, infatti, non può essere considerato frutto di spontaneismo e nemmeno può essere imposto dall’alto. Esso dipende dalla nascita e dal permanere di soggetti, singoli e associati, mossi da ideali, da passione civile, dal bisogno di conoscere e di creare nuove soluzioni a problemi condivisi.

Il presente numero di Atlantide approfondirà questi e altri temi prendendo spunto dalle recenti dichiarazioni di Papa Francesco sull’economia.

 

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