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ARTICOLO | Primo Piano di “Atlantide” n. 45 (2019)

Come l’Italia deve pensare se stessa

  • MAR 2019
  • Luciano Violante

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Le discussioni sui rapporti tra Italia e Unione Europea si orientano attorno a due poli: una posizione che ne contesta radicalmente la ragion d’essere e una posizione riformista che propone prudenti modifiche. Tuttavia nessuna delle due affronta quello che a me sembra una delle questioni di fondo: l’Italia utilizza i vantaggi dell’Unione? L’UE redige ogni sette anni un programma di finanziamenti per lo sviluppo in vari settori: salute, tecnologia, agricoltura, imprenditoria giovanile e così via. Si tratta di contributi a fondo perduto, assegnati a progetti operativi ritenuti meritevoli e quindi sostenuti finanziariamente dall’Unione.

I finanziamenti sono di due tipi, diretti e indiretti. I primi sono gestiti direttamente dalla Commissione Europea; gli altri sono i cosiddetti fondi strutturali, che vengono attribuiti direttamente agli Stati e gestiti in prevalenza dalle Regioni che ne dispongono l’assegnazione agli utilizzatori. Non raramente i fondi assegnati alle Regioni si disperdono poi in mille rivoli di spese prive di rilievo, a pioggia, che servono a mantenere o costruire consenso politico e non a favorire lo sviluppo.

Dalla relazione della Commissione Europea sull’uso dei cinque fondi strutturali europei (Fondo per lo sviluppo regionale, Fondo sociale, Fondo di coesione, Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, Fondi per gli affari marittimi e la pesca), risulta che l’Italia nel settennato 2014-2020 può contare su 73,67 miliardi di euro, che i fondi impegnati ammontano a 27, 203 miliardi di euro – il 37% del totale – ma ne sono stati spesi solo 2,45 miliardi, il 3% del totale. La media UE è molto più alta: 44% di fondi impegnati e il 6% dei fondi già spesi.

L’Italia, in sintesi, è seconda nell’Unione Europea per fondi strutturali ricevuti da Bruxelles, ma è sestultima su 28 per utilizzazione delle risorse ricevute.

Peraltro, sembra che alcuni Fondi siano stati varati proprio per venire incontro alle difficoltà del nostro Paese. Ad esempio il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) serve per ammortizzare licenziamenti determinati dalle delocalizzazioni; il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD) ha lo scopo di limitare le forme di povertà estrema aventi il maggiore impatto in termini di esclusione sociale, tra cui la mancanza di una fissa dimora, la povertà infantile e la deprivazione alimentare.

Le politiche che si stanno attuando nel panorama europeo fanno considerare i servizi sociali come propri dell’UE, non del singolo Stato. Teniamo presente che l’UE rappresenta il 6% della popolazione mondiale e ha il 50% del welfare mondiale. Credo che siano benefici ai quali è bene non rinunciare.

Altri fondi sono destinati ai giovani sotto i 30 anni; riguardano occupazione, formazione, apprendistato, tirocinio entro 4 mesi dalla fine della scuola o dall’inizio della disoccupazione. Nell’UE, dal 2014 a oggi, oltre 5 milioni di giovani hanno aderito a questo programma; ogni anno più di 3,5 milioni di giovani si sono avvicinati al lavoro in questo modo e oltre 2/3 sono usciti con un lavoro a tempo indeterminato.

Nella maggioranza dei casi in Italia noi non utilizziamo questi Fondi; oppure li utilizziamo, ma in modo del tutto inadeguato. Non è colpa dell’Europa. Questo deficit italiano è conseguenza delle debolezze progettuali di molta parte delle classi politiche dirigenti e dei limiti della nostra pubblica amministrazione. Con i fondi europei si possono riempire le città di rotonde oppure si può costruire una rete metropolitana. Non dipende dall’Europa. Dipende dal governo nazionale, dai governi regionali e dalla pubblica amministrazione.

Il nostro problema è sintonizzarci sulla dimensione europea; non deve essere l’UE a sintonizzarsi sui nostri bisogni; siamo noi che dobbiamo adattarci alle politiche europee così da poter acquisire le risorse che servono al nostro sviluppo. Dobbiamo attrezzare il nostro Paese per poter utilizzare le risorse europee, soprattutto quelle a disposizione delle giovani generazioni. È questo il livello dei discorsi che vanno fatti in vista delle prossime elezioni. Non possiamo chiedere all’UE di adeguarsi alla scarsa capacità progettuale della nostra politica e della nostra pubblica amministrazione.

Occorre dunque riflettere sull’Italia: è singolare che in un dibattito sull’Europa non si dica una parola sull’Italia; su come l’Italia deve attrezzarsi per utilizzare a fondo le risorse europee. Una accettabile linea politica potrebbe essere: lavoriamo per utilizzare le risorse europee a vantaggio dei cittadini, soprattutto di quelli che stanno peggio.

Dobbiamo porci la questione di come l’Italia deve pensare se stessa, altrimenti non avremo nessun beneficio e aumenterebbe soltanto lo scetticismo di chi non vede nessun vantaggio dalla nostra partecipazione all’Unione Europea. E non lo vedono per colpa nostra, non per colpa dell’UE!

Altre due questioni che sembrano sinora assenti dal dibattito pubblico hanno carattere più generale. La prima riguarda il rapporto della UE con la Cina. L’Italia ha fatto da battistrada e ha stipulato contratti per due miliardi di euro. La Francia prima ha criticato, poi ha venduto 300 aerei e ha stipulato contratti per complessivi 20 miliardi di euro. La Cina trascura i problemi ambientali, i diritti di libertà e i diritti specifici dei lavoratori, ma è diventata la seconda potenza mondiale. Questo dato sembra prevalere su tutto il resto. Sono cinesi i principali componenti della business community dell’Indonesia che è la terza democrazia più popolosa del mondo e la principale beneficiaria del piano infrastrutture lanciato dal governo di Pechino. La Cina è molto presente in Africa come partner per lo sviluppo economico, sociale e culturale. Il mandarino si insegna in Sud Africa dal 2014; l’Uganda sta pianificando lezioni obbligatorie di mandarino per le scuole superiori; nelle scuole del Kenia il mandarino sarà insegnato a partire dal 2020. Già questi dati impongono una riflessione sugli equilibri geopolitici che sembrano decisamente spostarsi in favore della Cina. Nel prossimo futuro il Washington consensus sarà sostituito dal Beijing consensus?

Seconda questione generale. Nel dibattito politico è diventato centrale l’interrogativo sulla effettiva capacità dell’attuale ordine economico mondiale di rispondere agli interessi dei Paesi e delle alleanze internazionali che lo condividono. Si accompagna all’ulteriore interrogativo sul futuro dei regimi liberaldemocratici e sulla possibilità di rendere vincolanti le regole del fair play nella competizione internazionale. In molte delle comunità che vanno al voto, a partire dalla UE, una parte considerevole degli elettori si colloca nella parte dei “truffati dalla storia” perchè ha toccato con mano la fallacia di alcune delle promesse della globalizzazione economica. Il loro tenore di vita è diminuito in misura significativa, le preoccupazioni per il futuro aumentano, il rancore cresce. Soprattutto nei Paesi democratici sembra essersi indebolita la percezione di un comune destino, che fino a poco tempo fa ha costituito un collante capace di dare forza e speranza.

Riscoprire le ragioni attuali di un comune destino delle democrazie – superando le attuali gravi ingiustizie sociali e adoperandosi per una nuova efficienza della politica e della pubblica amministrazione – potrebbe essere un modo per riqualificare l’impegno pubblico e avvicinare i cittadini alle grandi questioni dell’imminente domani.

L’intervento ha avuto luogo durante l’incontro “Europa perché?”, organizzato da Agorà trentina a Trento l’8 aprile 2019.

 

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