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L’Europa dopo la crisi

La crisi può essere foriera di opportunità. Dall’attuale crisi europea può scaturire l’opportunità di realizzare 77 finalmente un modello di integrazione europea sostenibile. Al momento, tuttavia, tale opportunità è pressoché irriconoscibile. Una vecchia battuta vuole che uno straniero chieda a un irlandese indicazioni sulla strada per arrivare a destinazione ottenendo come risposta: «Be’, io non sarei partito da qui».

 

Si potrebbe cedere alla tentazione di dare la stessa risposta su come uscire dall’attuale crisi, ma sarebbe altrettanto futile. Quindi resisterò alla tentazione di fare il britannico fuori dall’euro che cerca di dire a chi è dentro perché l’euro è stata una cattiva idea. In primo luogo perché non penso che sia stata una cattiva idea. In linea di principio, nel giusto contesto politico ed economico, una moneta unica con un mercato unico è qualcosa che ha senso per l’Europa. In secondo luogo, perché siamo al punto in cui siamo.

Rimane tuttavia rilevante comprendere perché la crisi sia così acuta. Lo è perché l’unione monetaria è stata motivata in molti modi dalla politica, ma ha poi trovato espressione nell’economia. La politica e l’economia dovevano allinearsi, ma non lo hanno fatto. E ora, nel mezzo della crisi, sono chiamate a farlo. Paesi le cui economie sono divergenti, devono convergere. Ciò esige un enorme livello di integrazione del processo decisionale, pertanto la politica dovrà cambiare per riportarsi al passo dell’economia. Un’unione economica che si possa definire tale, implica un ampio grado di unione politica. Questa è la sfida del periodo post-crisi.

Desidero ora condividere una considerazione sulla crisi in sé e, di nuovo, essa riguarda la politica e l’economia. Una strana ma rivelatrice differenza di opinione tra gli europei e la comunità di investitori negli USA, in Cina e negli altri Paesi è che gli europei credono fermamente che l’euro rimarrà. Questo perché sono concentrati sull’enorme volontà politica di fare in modo che sopravviva. Chi guarda da fuori è profondamente scettico al riguardo. Questo perché è concentrato sulla matematica.La strategia finora adottata in Europa dai leader politici, compresa la cancelliera Merkel, che ha dato prova di grande capacità e coraggio nel gestire la crisi, è assolutamente comprensibile come politica. Prevede di procedere passo dopo passo, con una serie di incrementi di entità ragguardevole ma che non affrontano tutti gli aspetti della crisi simultaneamente. Pertanto, l’intervento della BCE e la prontezza a utilizzare le EMT ha dato un enorme aiuto al problema della liquidità, consentendo un po’ di sollievo. Ma ciò non affronta completamente i problemi di solvibilità o di crescita che affliggono l’euro. Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) non è ancora stato messo alla prova e, se da un lato, i piani di riduzione del deficit sono una necessità assoluta, l’austerità rende ardue le politiche per la crescita. Di fatto, a volte, sembra che al pubblico sia data la scelta tra l’austerità con la riforma o la crescita senza riforme. Abbiamo bisogno di crescita e riforme. E di affrontare insieme i problemi di liquidità, solvibilità e crescita. Senza di questo, e soprattutto senza la crescita, la sofferenza dell’aggiustamento nei Paesi debitori risulta spaventosamente dura e una sua durata pluriennale potrebbe non essere politicamente possibile. In questo campo, politica ed economia sono di nuovo chiamate ad allinearsi.

La mia sensazione è che, in ultima istanza, l’unico modo per ripristinare la fiducia passi attraverso un insieme di misure esaurienti, in grado di convincere opinione pubblica e mercati che le problematiche fondamentali siano state superate. Le idee politiche per attuare questa direzione, in particolare qui in Germania, sono incredibilmente difficili. Ma gli aspetti economici derivanti dal non procedere in questa direzione sono ancora più difficili. È questa la sfida più vicina. Se viene vinta, allora la politica di quello che verrà dopo sarà anch’essa straordinariamente tesa. Detto più semplicemente, non ci può essere un’integrazione di vaste aree di politica economica senza un’unione politica di entità commisurata.

È quindi inevitabile che ora, unitamente alla risoluzione della crisi immediata, si presenti l’esigenza di ricercare come sarà un’unione che segua questa prospettiva. Tale ricerca andrebbe condotta tenendo presente le lezioni tratte dalle precedenti iniziative di integrazione. Porto ancora i segni della mia partecipazione al Trattato di Amsterdam, al Trattato di Nizza, alla dichiarazione di Laeken culminata nel Trattato di Lisbona e nella trattativa sul budget UE 2005, sotto la Presidenza della Gran Bretagna. Ancora lo ricordo come il negoziato più difficile a cui abbia partecipato (incluso anche l’accordo di pace con l’Irlanda del Nord). Molti di voi, presenti qui oggi, portano segni simili!

Da quell’esperienza direi che emergono due obiettivi strategici cruciali che qualsiasi processo di negoziazione per un’unione politica dovrebbe ambire a raggiungere. Innanzitutto, è ora inevitabile prevedere una certa differenziazione nella velocità di integrazione europea, man mano che gli Stati membri dell’Eurozona cercano di fare corrispondere le strutture politiche con un processo decisionale economico integrato. In qualunque modo si proceda in tal senso, l’importanza per l’intera UE sarà enorme. Riesco quasi a sentire il sollievo in alcuni ambienti eurofederalisti e fra la maggior parte degli euroscettici all’idea di un’Europa a due o tre velocità. Ma darei un forte monito: se le strutture dell’Eurozona finiscono per essere collocate in un’Europa che è fondamentalmente divisa sotto il profilo sia politico che economico, piuttosto che un’Europa con un unico assetto politico che recepisce al suo interno diversi livelli di integrazione, l’UE come noi la conosciamo s’incamminerà sulla strada dello smembramento.

Voglio essere netto su questo punto e passare direttamente alla posizione della Gran Bretagna. È decisamente interesse della Gran Bretagna tenersi fuori da politiche di breve orizzonte su questo tema. Personalmente, mi piacerebbe vedere la Gran Bretagna assumere un ruolo costruttivo nella configurazione di questa nuova unione, capace di riconoscere l’imperativo di un’unione politica più stretta per i Paesi dell’Eurozona e di evitare che le divergenze necessarie nel processo decisionale economico tra chi è dentro e chi e fuori sfocino in una completa divergenza nelle strutture politiche. Si tratta di un compito molto delicato e, tuttavia, essenziale se il Regno Unito non vuole rimanere in panchina e se l’Europa non vuole privarsi della partecipazione attiva di uno Stato membro così grande e significativo.

Le trattative riguardo la proposta di un’unione bancaria e, possibilmente, di un nuovo budget UE, rappresenteranno un interessante banco di prova per vedere se da tale impegno costruttivo possa risultare un esito ottimale. Ma naturalmente il Regno Unito si aspetta un processo biunivoco. Il resto dell’UE dovrà capire e, si spera, trovare spazio per la posizione molto speciale della Gran Bretagna nel settore finanziario.

In secondo luogo, dovremmo ricordarci del motivo per cui, quando è nata l’unione monetaria, non furono definite strutture per l’integrazione politica su vasta scala. Le proposte c’erano. Semplicemente non si trovò un accordo. E il motivo ha ancora una valenza oggi, in termini di sentimento. Una maggiore integrazione politica è di fatto inevitabile. Ma qualsiasi nuova unione politica dovrà equilibrare più attentamente di quanto sia mai stato fatto in passato lo Stato nazione e l’integrazione UE. È questo il perenne dibattito sull’unione politica europea. Ma ora la proposta di unione finalizzata al processo decisionale in materia economica penetra nel cuore delle decisioni riservate ai governi e ai parlamenti nazionali. Sebbene i britannici siano spesso portatori del fronte dello Stato nazione di questo dibattito, è chiaro che molti si accodano dietro a tale fronte. C’è una ragione dietro ai risultati dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi nel 2005 e quella ragione non è soltanto l’adombramento delle decisioni europee da parte della politica nazionale.

Questo è da sempre il dilemma a cui è di fronte la politica dell’UE. La gente si sente molto più vicina ai governi e ai parlamenti nazionali. Nella testa della gente non esiste un sistema di governo unificato, omogeneo, analogo a quello che esiste, ad esempio, negli USA. Eppure, man mano che procede l’integrazione in Europa, si apre un deficit democratico, ovvero il varco tra l’importanza delle decisioni europee e la responsabilità delle istituzioni europee che le prendono. Esiste pertanto una spinta verso una democrazia europea più ampia che è attualmente formulata nei poteri aggiuntivi attribuiti al Parlamento europeo. E qui si apre il dilemma. Sebbene, in teoria, man mano che l’Europa procede verso l’integrazione, le persone dovrebbero richiedere una democrazia europea più ampia, in pratica, proprio perché sentono ancora un’affinità più stretta con la democrazia nazionale di riferimento, non lo fanno. Lo fa l’élite politica europea. Il pericolo è che più si parla di “avvicinare l’Europa alla gente”, più “la gente” se ne sente alienata.

Il dilemma si approfondisce anche per un altro fattore. Poiché l’UE è aumentata nei numeri e poiché la complessità delle decisioni necessarie al mercato unico si è intensificata, per ragioni di efficacia, l’Europa deve poter contare su istituzioni che agiscano al di sopra del singolo interesse nazionale. È il motivo per cui, malgrado le obiezioni britanniche, il voto di maggioranza esteso a più aree può trovare una giustificazione, anzi è essenziale affinché l’Europa funzioni. Senza, si rischia la paralisi proprio quando c’è bisogno di muoversi.

L’elezione estesa a tutta l’Europa della Presidenza della Commissione o del Consiglio è il modo più diretto per coinvolgere il pubblico. È l’elezione a una grande carica detenuta da un individuo: questo è comprensibile alla gente. Il problema del Parlamento Europeo è che, sebbene sia una chiara espressione di elezioni democratiche, l’esperienza mi dice che i cittadini non sentono alcuna vicinanza verso i parlamentari europei. Questo potrebbe cambiare ma solo se il Parlamento Europeo e i parlamenti nazionali interagissero in modo molto più stretto fra loro. Relegare il Consiglio Europeo al ruolo di attrazione secondaria sarebbe un errore. Persino gli Stati membri dell’eurozona guarderebbero in primo luogo ai loro governi nazionali. Ma ci sono miriadi di modi per dare maggiore apertura al Consiglio e più trasparenza ai suoi rapporti con la Commissione. Potrebbero esserci persino legami più espliciti tra il Parlamento Europeo e il Consiglio.

Dovremmo anche chiederci che cosa significhi realmente un’unione politica. Non è semplicemente un insieme di legami istituzionali comuni. Nella mente dei cittadini europei significa anche l’esistenza di una stretta connessione tra loro. E questo non può essere frutto del legislatore. È una cosa che va coltivata, culturalmente, socialmente e anche politicamente. Di una cosa sono certo: l’Europa avrà più significato per la sua gente e ne riceverà maggiore appoggio se sarà in grado di fare convergere l’attenzione su questioni pratiche che migliorano la vita dei suoi cittadini. Essi capiscono la necessità di un’azione europea sul lavoro, sul commercio, sulla possibilità di far funzionare il settore finanziario a favore e non contro i loro interessi, sulla politica energetica comune, sulla lotta comune all’immigrazione clandestina e al crimine organizzato; capiscono persino l’esigenza di una difesa comune in un mondo caratterizzato da sempre più rischi di sicurezza e restrizioni di budget per la difesa. Credo che potrebbero essere persuasi a comprendere il senso di una cooperazione comune in materia di istruzione superiore, scienza e ricerca su una scala molto più grande rispetto a quella attuale; analogo discorso vale per l’arte e la cultura. Se tutto fosse accompagnato da una ragionevole spinta verso la sussidiarietà, si arriverebbe a un “pacchetto” destinato a funzionare.

C’è quindi bisogno di trovare questo equilibrio. Se così non fosse, la riuscita dell’intero progetto è a repentaglio. Non riesco a intravedere l’accettabilità di nessuna nuova intesa politica senza il consenso popolare direttamente espresso tramite referendum. Immaginiamo quindi questo scenario. Supponiamo si trovi finalmente la volontà per risolvere la crisi dell’Eurozona e che parte integrante di tale risoluzione sia l’accordo sui principali passi futuri per l’integrazione delle decisioni economiche europee. Supponiamo, a quel punto, di spingere verso un nuovo contesto di unione politica in quanto parte necessaria dell’integrazione economica. A questo punto, occorre essere ragionevolmente sicuri che l’unione politica raccolga un consenso. Diversamente, ci ritroveremo con referendum persi e il ripresentarsi della crisi, questa volta senza via di uscita.

Vorrei sottolineare un ultimo pensiero in mezzo a tutta questa ansia da crisi. La situazione attuale è la più seria in assoluto a cui l’UE si è mai trovata di fronte dalla sua nascita. E proprio mentre ne parliamo, la crisi continua. Ma, persino consapevoli di questo, dovremmo riconoscere che il fondamento logico alle radici dell’Europa e della sua unione è più che mai forte e vivo. Gli ultras dell’euroscetticismo, con cui identifico tutti coloro che si oppongono essenzialmente all’intero progetto dell’Europa, sono dal lato sbagliato della storia. Gli argomenti del XXI secolo a favore dell’Europa non si fondano sulla guerra o la pace, ma sull’alternativa tra rappresentare una potenza o essere irrilevanti. Un XXI secolo in cui Cina e India, forti del riallineamento tra PIL e dimensioni demografiche, diventeranno potenze economiche e politiche vastissime, seguite a ruota da Brasile e Russia, un secolo in cui la popolazione dell’Indonesia è tre volte tanto quella della Germania, in cui nazioni come Messico, Pakistan, Nigeria e Vietnam sono tutte più grandi di un qualsiasi Paese europeo, bene, in un contesto geopolitico come questo, l’Europa porta il peso, moltiplica le opportunità e trova un senso per le singole nazioni che la costituiscono. Nella sua essenza, l’Europa è l’idea giusta, al momento giusto e nel posto geograficamente giusto tra Est e Ovest. La sfida per noi, ora, dopo la crisi, è fare di questa idea giusta una realtà migliore.

Discorso di apertura al Consiglio per il Futuro dell’Europa a Berlino, 29 ottobre 2012

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