Istituzioni > Politica e Istituzioni
ARTICOLO | Documenti di “Atlantide” n. 35 (2015)

L’Italia e la sfida del mondo

Giorgio Vittadini:
Signor Presidente, vorrei ringraziarla per la sua presenza e porle quattro domande sul ruolo che il nostro Paese occupa o potrebbe occupare nelle sfide mondiali odierne. Il primo tema riguarda la cosiddetta “anomalia italiana”: qual è lo stato di salute di quel “fermento umano” che ha reso il nostro popolo protagonista della costruzione sociale ed economica del Paese lungo la sua storia? 
Quest’estate sono rimasto colpito da tutte le notizie sui morti per droga. Stupefacenti di ogni tipo non girano solo nelle discoteche ma anche nelle scuole e ne fa uso un numero troppo elevato di giovani. Il problema richiama inesorabilmente il titolo del Meeting, ma più che di mancanza positiva si tratta di un vuoto che diventa devastante in coloro che cercano di riempirlo con la droga, con l’alcool, con lo sballo. Cosa è in grado di far risorgere il nostro “io”, così troppo spesso schiavo di condizioni personali e sociali? Il Meeting se lo è chiesto mettendo a tema la figura del patriarca Abramo, dell’uomo che ha segnato l’inizio della nostra civiltà perché - potremmo dire - non si è accontentato di ciò che viveva, ha alzato la testa ed è entrato in dialogo con il Mistero, con Dio che lo chiamava.
Il Meeting, nei suoi tanti anni di vita, ha sempre documentato quanto il nostro popolo sia ricco di esperienze virtuose, di “io” che, abbracciando un’ipotesi positiva sulla vita, in famiglia, nella scuola, in università, nel mondo del lavoro, non si sono lasciati fermare dalle difficoltà e hanno saputo creare iniziative in risposta ai bisogni propri e altrui, creando “ponti”, aprendosi a relazioni con persone di estrazione e appartenenze culturali diverse. L’Italia è stata e continua a essere costruita “dal basso”. E anche se negli ultimi tempi in molti hanno iniziato a vedere con sospetto questa creatività sociale, noi desideriamo sottolinearla e ci ha confortato il Presidente Mattarella che nel suo messaggio al Meeting ha parlato di “ideale personalista”, come di “una grande aspirazione dell’uomo moderno che trova nelle formazioni sociali e nei corpi intermedi il suo pieno compimento. È un impegno di popolo, al quale ciascuno è chiamato a contribuire nel pluralismo delle convinzioni e delle culture. Tutti ne trarremo beneficio. A partire dalle istituzioni e dalla politica”.
La domanda, Signor Presidente, è: cosa significa nella sua azione politica sostenere queste forze? Si può ancora rilanciare lo sviluppo del Paese scommettendo su “io in azione”, persone, famiglie e comunità intermedie? Come vede il ruolo del sistema educativo e formativo in questa costruzione?
La seconda domanda è sull’Europa. Due anni fa, qui al Meeting, abbiamo presentato una mostra sulle radici culturali del continente europeo, mettendo in luce come, laddove queste radici vengono dimenticate, l’Europa si ripiega su se stessa e, invece di offrire occasioni di sviluppo, rispetto e accoglienza per le persone, diventa burocratica, chiusa, ben rappresentata da quei palazzi di Bruxelles che appaiono così freddi e lontani. Quale può essere il contributo dell’Italia a un’Europa che appare così bisognosa di essere ricostruita “dal basso”?
Terzo tema: Italia e Mediterraneo. Il Meeting è da anni un luogo di dialogo e confronto tra persone di idee e religioni diverse, laboratorio di progetti e collaborazione, ad esempio, tra cristiani, musulmani e ebrei. Mentre l’Europa sembra essersi dimenticata del Mediterraneo, il rapporto con i Paesi rivieraschi del Mare nostrum potrebbe essere l’occasione per ritagliare un nuovo ruolo per il Sud del nostro Paese, come accadde già ai tempi di Federico II. Il nostro Sud, in particolare, può diventare il punto di riferimento per formare le classi dirigenti dei popoli Nord-africani, che sono giovani, chiedono di emanciparsi e sono aperti al rapporto con Paesi che non siano colonialisti o ex colonialisti.
La terza domanda, dunque, è: c’è l’intenzione di prendere parte allo sviluppo dei Paesi Nord-africani che si affacciano sul Mediterraneo e s’intravvedono sinergie con lo sviluppo del nostro Sud?
Quarto tema: il contributo dell’Italia alla pace. Molti criticano la politica estera italiana che è tradizionalmente di mediazione (tra Israele e Palestina, tra Europa e Russia…), e di attenzione ai Paesi del Terzo Mondo. Questo è il Meeting per l’amicizia fra i popoli ed è molto importante per noi che l’Italia non sia guerrafondaia; insieme alla Santa Sede, siamo sempre stati contrari alle guerre in Iraq, all’idea che con i cannoni si costruisce la democrazia, allo sciagurato intervento in Libia, che ha portato solo una violenza più vasta e incontrollata. Crediamo veramente che il dialogo sia l’unica e più proficua strada da seguire. Abbiamo scommesso sull’incontro e sul dialogo tra uomini delle più diverse estrazioni e ci hanno confortato l’anno scorso padre Pizzaballa, custode di Terra Santa, e quest’anno padre Ibrahim, della comunità latina di Aleppo, che ci hanno mostrato come sia possibile e quanto bene porti un dialogo umile, condotto senza perdere l’identità, anche quando si è minacciati dalle bombe.
Quindi, ultima domanda: qual è il contributo che l’Italia, con la sua cultura, con la sua identità originale, può dare davanti alle grandi sfide internazionali, per contrastare quell’inizio di Terza guerra mondiale di cui ci hanno parlato papa Francesco e il Presidente Mattarella?

Matteo Renzi
Le domande del professor Vittadini sono più difficili dei titoli del Meeting, quindi cercherò di rispondere mettendo insieme i suoi quattro spunti con alcune considerazioni legate all’attualità ma anche alla dinamica personale, perché quando voi chiamate in causa la responsabilità dell’io, quando fate della mostra su Abramo uno degli eventi centrali del Meeting di quest’anno e non soltanto del Meeting, io credo che richiamiate ciascuno alla propria responsabilità personale.
Io avverto questa responsabilità nei vostri confronti, quindi tenterò di rispondere con alcune considerazioni, suggestioni, e valutazioni, alle considerazioni di Giorgio Vittadini, dando un giudizio su quello che secondo me è oggi la grande possibilità che si apre di fronte all’Italia: essere la terra delle opportunità e non dei rimpianti, ma a partire da un giudizio molto duro, molto crudo sulla realtà. Che non vuol dire non essere positivi su ciò che vediamo, ma essere sinceri innanzitutto con noi stessi. Quando ci domandiamo che tipo di strategia abbiamo in testa sull’Europa, dobbiamo avere il coraggio di dirci che su questo tema e non soltanto su questo, forse abbiamo perso vent’anni.
Quando parliamo del Mediterraneo (un grande sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, lo chiamava il prolungamento del lago di Tiberiade), intendiamo non una frontiera dell’Europa ma il cuore dell’Europa, eppure in questi anni non c’è stata sufficiente attenzione da parte di tutta la politica nel considerare il Mediterraneo come il cuore del dibattito europeo. Ed è accaduto che l’Europa si è allargata.
L’Europa si è allargata come numero di Paesi, come poteri e responsabilità, ma ha guardato in direzione strabica verso quello che doveva essere il centro motore della propria azione. Allora, se vogliamo rispondere alle domande di Giorgio Vittadini, dobbiamo avere il coraggio di dire che in questi anni si è fatto un racconto macchiettistico del Sud, si è fatto un racconto parziale, totalmente incentrato sul negativo, come se il Sud potesse essere semplicemente il set per una fiction andata male o perché lo si immaginava solo come un luogo di negatività e di disperazione.
Ciò da cui vorrei partire però è che viviamo in un tempo in cui sta accadendo qualcosa di cruciale, si ha la sensazione che la storia faccia gli straordinari. Nel corso dell’esperienza di Presidente del Consiglio è stata per me plastica l’immagine del film Selma: se ci pensate, nel giro di cinquant’anni la più grande democrazia del mondo è passata dal vietare a una donna di colore la possibilità di registrarsi al voto in Alabama, a consentire a Barack Obama di divenire il primo presidente di colore della storia di quel Paese.
Ciascuno di noi ha in mente tante piccole grandi storie in cui si dimostra con chiarezza che il mondo corre a una velocità impressionante. Pensate al primo Meeting per l’amicizia, nel 1980: era un mondo diverso. Oggi l’amicizia è qualcosa da chiedere su Facebook, non è certo qualcosa per cui si fa un Meeting!
Eppure la vostra esperienza rappresenta qualcosa di diverso: in 36 anni avete coltivato, avete seminato, avete cercato di invitare a un’amicizia che è innanzitutto dialogo e confronto.
Per questo motivo io trovo che alle quattro domande di Vittadini si possa rispondere con una sola risposta: e cioè che l’Italia ha una gigantesca questione culturale ed educativa davanti che la vede di fronte a un bivio. Se l’Italia torna a fare l’Italia, allora c’è spazio per l’Italia nel mondo, in Europa, nel Mediterraneo, per uscire dalla crisi nella quale siamo.
Se, viceversa, l’Italia non investe su se stessa e continua in un racconto di negatività, non è l’Italia che diventa meno ricca, è il mondo che perde un’occasione.
Questa è la tesi su cui vorrei “annoiarvi” oggi, partendo da un presupposto: io non volevo venire al Meeting di Rimini.
Non volevo venire – ed è bene che ve lo dica con grande franchezza perché se dobbiamo parlarci liberi è giusto avere questa franchezza – non certo per un fatto ideologico: i miei predecessori a Palazzo Chigi hanno sempre scelto di venire al Meeting, magari perché appassionati dall’idea di utilizzare questo luogo anche per quello che è, parzialmente, una gigantesca e bellissima agorà politica in cui si riflette, si discute, si ragiona. In particolar modo qualche mio predecessore ha considerato questa come una grande piazza politica da non perdere mai.
Ma anche qualche mio predecessore alla guida del mio partito, della Sinistra, ha sempre apprezzato il Meeting, magari più per l’aspetto legato alle opere, all’industria, all’economia reale.
Quindi non è che non volevo venire al Meeting perché avessi chissà quale paura, ma perché vi ho incontrati (volevo rassicurarvi subito, non sono uno di voi quindi potete stare tranquilli, sereni, non avere preoccupazioni particolari) in una esperienza personale e, per questo, io credo che l’amicizia sia una parola molto bella, che riempie il cuore dell’uomo.
In politica il lusso non è l’auto blu. In politica il lusso è la qualità delle relazioni umane, diceva un grande scrittore, e l’idea di poter incontrare persone che ti arricchiscono di qualcosa di diverso rispetto al punto dal quale partivi è stato decisivo nella mia esperienza.
Quindi non mi andava di trovare domani i titoli, che comunque troveremo, sull’accoglienza più o meno calda, più o meno forte, politicamente intesa, perché riconosco questo luogo come un luogo nel quale tante amiche e tanti amici hanno arricchito la propria esistenza e hanno arricchito l’esistenza dei loro compagni di strada, in modo diverso, rispetto a quello che la ricostruzione giornalistica farà e darà.
Tuttavia ho scelto di essere qui e proverò a rispondere alle domande partendo da una duplice premessa.
La prima è raccontandovi come vi ho conosciuti, in una scuola fiorentina. Io, studente boy scout – quindi con qualche giudizio, se volete pregiudizio, nei confronti della pericolosa presenza ciellina a scuola – ho un problema banale con un paio di compagni di classe e quindi decidiamo di parlarne, secondo il nostro approccio molto tradizionale, con il Preside e con il prete. Vado nell’intervallo a cercare quel sacerdote, che è il mio insegnante di religione, per dirgli cosa è successo e per chiedergli un consiglio.
Il mio compagno di banco dice: “Vai da lui? Ma è ciellino!”. “Sì, è ciellino ma è anche prete, posso andarci.” Lo dico perché è qui, è don Paolo Bargiggia, lo saluto e lo abbraccio.
Decido di andare e il mio compagno di banco mi dice: “Occhio, perché quello poi ti invita a una vacanza.”. E io gli dico: “Stai tranquillo, non c’è problema, lui sarà interessato alla questione che gli pongo”.
Fatto sta che al quarto minuto del colloquio già mi aveva invitato al gitone a Lucca e io riuscii a resistere perché mi ero preparato ad avere la spina dorsale dritta… dopo due mesi ero con lui in pullman a Mazzin di Fassa a discutere se la Canzone della bambina portoghese e Shomér ma mi-llailah di Guccini avessero più o meno il senso religioso che lui intendeva dare loro.
Ecco perché voglio partire da qui: esiste una dimensione all’interno di ciascuno di noi, che prescinde dagli aspetti più legati alla politica. Per me pensare a voi vuol dire pensare a Péguy, a Claudel, a Chesterton, a come abbiamo discusso di Leopardi preparandoci alla maturità e anche a come nella vita politica abbiamo avuto idee diametralmente opposte.
Secondo caso personale che voglio citare: vengo al Meeting lieto e grato. Utilizzo questi due termini, perché sono due termini che in un sms circolare ci mandò un nostro amico, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto e che era il mio oppositore in Provincia di Firenze, il capogruppo di Forza Italia, (ne era la componente democristiana), Graziano Grazzini. Un amico di molti di voi, oltre che di molti di noi. Graziano era un rigoroso avversario in discussioni politiche accese. Nell’occasione del suo cinquantesimo compleanno, mandò un sms dicendosi “Lieto e grato”, espressione molto bella di un modo di vivere. Poi, ripeto, se aveste sentito i dibattiti politici non avreste pensato alla letizia e alla gratitudine: ci insultavamo con affetto, come si deve provenendo da due mondi che sono diversi, ma che conservano il riconoscimento di qualcosa di più grande della semplice distanza politica.
Venendo da questa esperienza, mi torna difficile dover affrontare soltanto il tema dal punto di vista del “come vanno le riforme?” o “qual è l’ultima dichiarazione”, però è un rischio che accetto volentieri e seguo i quattro punti dell’intervento.
Il primo. Partendo proprio dall’esperienza dell’amicizia con una persona come Graziano. L’Italia in questi vent’anni, a mio giudizio, ha trasformato quella che chiamano Seconda Repubblica in una rissa ideologica permanente che ha perso di vista il bene comune e, mentre il mondo correva, è rimasta ferma, impantanata in sterili discussioni interne. Attenzione, lo dico qui, perché qui, con la stessa franchezza, avete spesso applaudito gli uni e talvolta anche gli altri e quindi lo dico con rispetto, non voglio sembrare provocatorio o polemico, ma ritengo che il berlusconismo e, per alcuni aspetti, anche l’anti-berlusconismo abbiano fatto mettere il tasto pausa al dibattito italiano, e per vent’anni abbiamo perso occasioni clamorose. Oggi abbiamo il compito di rimetterci a correre, nonostante la Seconda Repubblica; è come se le riforme che stiamo proponendo – che non sono il fine dell’azione politica ma sono uno strumento – fossero un corso accelerato per riportare l’Italia in pari. Guardate la discussione sull’Europa: in questi vent’anni l’Europa si è allargata a 28 Paesi, ma l’Europa a 28 o è troppo o è poco; è stata una rincorsa dove si è allargata l’Europa senza una visione politica da parte dell’Italia. Ha spostato la centralità allargandola verso la frontiera orientale, ha cancellato il Mediterraneo dalla discussione, ha cancellato anche i Balcani. Infatti parliamo solo del Mediterraneo, ma c’è anche un’emergenza Balcani che è pazzesca:  in questi vent’anni abbiamo visto Srebenica e abbiamo visto un premier serbo andare là a chiedere scusa, anche se poi è stato costretto alla fuga. Abbiamo visto quello che è accaduto in Albania: dove, come racconta il presidente Edi Rama quando l’Unione Europea ha messo lo stop per sei mesi all’ingresso  come Paese candidato all’Unione Europea, i fondamentalisti hanno rilanciato il messaggio che l’Europa non li voleva; questo è accaduto in un paese dove la convivenza è più difficile che in altri.
Abbiamo allargato l’Europa a 28 nel silenzio. L’Italia continuava a discutere al proprio interno, nel proprio cantuccio, a litigare tra sé, così l’Europa è andata avanti senza l’Italia. Nella percezione pubblica – l’ha detto prima Vittadini – in particolar modo dei più giovani, l’Europa è data per scontata, perché tutti sono abituati a pensare europeo, a viaggiare europeo, a tifare europeo, a studiare europeo, ma contemporaneamente non ne vedono la dimensione politica.
Quello che in De Gasperi, Adenauer, Schumann, ma prima ancora in Spinelli, era stato un grande pensiero politico, è diventato soltanto un tran-tran burocratico e l’Italia in questo ha le sue responsabilità, perché ha cancellato la parola “politica” dal vocabolario, parola bella, piena di significato: ed io non questo non lo accetto. Facendo questo, l’Europa ha smesso di essere creatura italiana, per diventare matrigna italiana. In questi vent’anni abbiamo trasformato l’Europa nel luogo dove danno i voti , dove ci dicono se abbiamo fatto bene o male.
L’Europa è qualcosa di diverso, ecco perché nel nostro piccolo il semestre italiano è nato con alcuni gesti simbolici: andare a prendere Myriam, la ragazza che in Sudan era stata costretta a partorire in carcere perché cristiana, liberarla e consentirle di avere una vita negli Stati Uniti, è stato il modo con il quale noi abbiamo iniziato il semestre. La sua storia l’avevamo raccontata al Parlamento di Strasburgo. Andare a Erbil dieci giorni dopo l’inizio degli attacchi, nel campo profughi a dire che l’Europa, dopo aver dormito il sonno ingiusto a Srebrenica, doveva stare di fronte al dolore di quel popolo, era un modo, banale se volete, per dire che l’Europa non è soltanto spread, rigore e deficit.
L’Europa è innanzitutto un ideale. Ecco perché, rispetto al tema dell’immigrazione, noi non cederemo mai a un messaggio che vuole trasformare l’Italia in una terra della paura. Il provincialismo della paura non vincerà. Noi possiamo perdere tre voti, ma prima salviamo le vite umane e poi ci preoccupiamo di come riuscire a dare un futuro a quella gente. Non è buonismo, è umanità; sono secoli di civiltà ai quali non rinuncio per tre voti.
L’Europa è qualcosa di diverso da una mera accozzaglia di numeri. E quindi da questo punto di vista, la questione reale che si pone di fronte a noi è: l’Italia può giocare un ruolo nell’Europa che cambia? A condizione che sia in grado essa stessa di cambiare. Provo ad essere molto sintetico. Il pacchetto di riforme che stiamo cercando di fare, dal Jobs act alle riforme istituzionali, dalla legge elettorale alla riorganizzazione della pubblica amministrazione, dalla Buona Scuola alla responsabilità civile dei magistrati, vuol far sì che l’Italia, dopo vent’anni in cui ha pigiato il tasto “pausa”, recuperi il tempo  perso. Siamo noi i primi a sapere che non sarà semplicemente con le riforme che l’Italia ritroverà la propria identità: le riforme sono la premessa. Io vado all’estero e dico: “Abbiamo fatto la riforma della legge elettorale!”. “Ah bene importante. Cosa accade?” “Accade che chi ha vinto le elezioni governa”. “Ah, ci avete messo settant’anni in Italia per capire che funziona così?”. Questo è quello che sta accadendo.
La legge elettorale che abbiamo fatto è il primo sistema, il primo strumento, il primo tassello, il primo pezzo di mosaico, per riuscire finalmente a dire una cosa banale: che quando uno va al governo del Paese, il suo compito non è quello di difendersi dagli assalti della sua minoranza o dell’opposizione, ma è quello di cercare di fare le cose per le quali è stato eletto.
La legge elettorale è una rivoluzione. Alle prossime elezioni voi voterete un candidato, voterete uno schieramento e quello schieramento e quel candidato se vince governa per cinque anni, se perde non passa il tempo a rimuginare, ma ad organizzarsi per diventare maggioranza la volta dopo, e nel frattempo collabora e coopera per il bene comune: non si mette dalla mattina alla sera a sparare contro l’Italia o a cercare di distruggere quanto di bello stiamo facendo. È questa la differenza di fondo che con le riforme stiamo cercando di impostare. Votate per chi volete, ma abbiamo tutti insieme la libertà di riconoscere una cosa semplice e banale: che l’Italia ha bisogno di regole semplici.
Quando Giorgio Vittadini ci richiama al fatto che la storia di questo Paese è stata fatta da piccole, grandi esperienze di persone che si mettono insieme, che lavorano e che ci credono, dice una sacrosanta verità; ma cosa ha fatto in questi anni lo Stato? Fino agli anni Novanta l’Italia ha comunque permesso a chi aveva voglia di provarci, di farlo, con tutti i limiti, con tutte le difficoltà, le contraddizioni, le inquietudini e le incongruenze che ci sono state. Quello che è accaduto poi, al tempo della cosiddetta Seconda Repubblica, è che si è creato un meccanismo infernale per cui tutto si bloccava; si sono fatte delle regole nella Pubblica Amministrazione che non hanno impedito a chi rubava di continuare a farlo ma, paradossalmente, hanno impedito a chi voleva fare le cose bene di farle. Si sono fatte delle regole fiscali per cui il Presidente del Consiglio, se ha bisogno di aumentare il proprio tasso di consenso, allora riduce le tasse. La riduzione delle tasse serve ad aumentare la libertà di un Paese, non il consenso di un Presidente del Consiglio, e aumenta il tasso di giustizia sociale in Italia. Gli 80 euro nel 2014, l’Irap e il costo del lavoro nel 2015, la Tasi e l’Imu nel 2016, l’Ires nel 2017, l’Irpef nel 2018 non sono invenzioni ma bensì l’unico modo per riuscire a dire: “io riconosco che voi che ci provate avete diritto di farlo, e cerco di darvi un po’ di spazio di libertà”. Aggiungo che ridurre le tasse è anche l’unico modo per essere veramente equi nella società in cui stiamo vivendo. Ma per far questo c’è bisogno di una lettura della realtà che renda l’Italia più semplice di come ce la siamo raccontata in questi anni. È come nel caso del David, quando a Michelangelo domandano: “Come hai fatto a fare questo capolavoro?”, lui risponde “Ho tolto tutto ciò che c’era in più”. È una risposta molto provocatoria, alla fiorentina, alla Michelangelo, ma è esattamente quello di cui abbiamo bisogno oggi: togliere ciò che è in più.
Quello che serve all’Italia è avere uno sguardo su di sé capace di riconoscere che il mondo italiano è molto più forte del racconto noioso e polemico che tutti i giorni ci arriva dai talk-show. È un mondo fatto di gente che ci prova, che ci crede, che si mette in gioco, che non ha paura di rischiare di fallire e poi riparte più forte di prima. Questo è quello che sta avvenendo in Italia e questa storia ci è impedita da chi pensa che l’Italia possa essere raccontata come regno del male.
Liberare. Semplificare. Ridurre al minimo tutto ciò che blocca la possibilità di provarci, di fare impresa, di fare educazione, di fare volontariato, ecco in questo senso l’importante attenzione che anche nei prossimi mesi sarà data alla legge sul terzo settore, l’idea forte di dire “liberiamo l’Italia e mettiamola in condizioni di ripartire”.
Se l’Italia riparte, essa gioca il suo ruolo nel mondo. Noi abbiamo una stella polare che sono gli Stati Uniti: io credo al ruolo dell’Italia come portatrice di dialogo, partendo dal nostro rapporto straordinario e forte con gli Stati Uniti d’America, ma dimostrandoci capaci di dire ciò che va detto in tutte le sedi e in tutte le salse. Si va a Strasburgo al Parlamento a inaugurare il semestre europeo? Sono andato e ho detto a nome di tutta l’Italia che non è vero che Israele – come qualcuno metteva in dubbio – non ha il diritto di esistere. Israele ha il diritto di esistere per la memoria delle prossime generazioni per il valore che esprime, e questo non ha avuto applausi o non li ha avuti come altro.
Allo stesso modo rivendico con forza che siamo il primo Paese per investimenti e cooperazione in Palestina, così come vi dico che riconoscendomi pienamente nel disegno strategico degli Stati Uniti e degli alleati occidentali, pensare di costruire l’Europa contro la Russia, come fa qualche Paese dell’Unione Europea appena arrivato nella nostra comunità, è un errore tragico, non tanto come fatto economico ma come fatto culturale. Questo è un elemento chiave, l’Europa non può essere costruita contro il vicino più grande, perché  le radici cultuali che ci legano sono decisamente superiori rispetto alle differenze che abbiamo.
Allo stesso modo noi siamo dentro un’alleanza, ma siamo stati i primi ad andare in Egitto riconoscendo nello sforzo del presidente al-Sisi un tentativo significativo, importante, per restituire centralità al Mediterraneo. La mia prima visita assoluta non è stata Berlino, non è stata Parigi, è stata Tunisi. Però facciamo una domanda che voi fate e che noi ci facciamo e che dobbiamo farci sempre di più insieme: come è possibile che negli ultimi mesi i luoghi simboli degli attentati siano siti culturali o di fede, religiosi o educativi. Vi elenco soltanto alcuni di questi: la scuola internazionale a Peshawar, il museo del Bardo a Tunisi, la redazione di un giornale – e sappiamo le caratteristiche di quel giornale – a Parigi, il museo ebraico a Bruxelles, il caffè e la sinagoga a Copenaghen e tutte le chiese che vengono bruciate la domenica in Africa secondo una vera e propria persecuzione contro quei nostri fratelli cristiani.
Sta accadendo che i terroristi cercano di farci morire come piace a loro e, non riuscendovi, provano a farci vivere come piace a loro, cioè nella paura e nel terrore, nel dubbio che quello accanto a me sia un potenziale nemico. Questo approccio culturale è drammatico, devastante, e diventa la radice della demagogia nei vari Paesi perché ci consegna alla logica dei muri, che costruiamo pensando che possano difenderci e, invece, alla fine ci intrappolano. Ecco la risposta culturale educativa e il bisogno d’Italia: davanti a tutta la disarmante bellezza italiana – non soltanto delle nostre opere d’arte, ma della nostra qualità di vita, dei nostri incontri, del nostro dialogo, del nostro benessere come qualità dei rapporti e delle relazioni, come amicizia fra i popoli, come incontro di storie diverse – si capisce quale può essere l’antidoto alla violenza fondamentalista ed estremista, quale può essere il futuro per l’Italia, ed è quindi centrale per noi avere il coraggio di ricordarsi chi siamo.
Noi siamo il Paese a cui per vent’anni hanno raccontato di dover avere paura della globalizzazione, del pericolo americano, del pericolo cinese e così via. Io sono il primo Presidente del consiglio dopo 63 governi a essere andato due volte sotto il Mediterraneo – nonostante l’Africa sia naturalmente un luogo logico e fisiologico di rapporto, nonostante noi siamo il naturale ponte di collegamento tra l’Europa e l’Africa – perché ci hanno raccontato che la globalizzazione è il nostro nemico, il nostro incubo, il nostro problema.

La globalizzazione è, invece, per l’Italia, il più grande asset dei prossimi anni perché il mondo che cambia una velocità impressionante chiede bellezza.
Non voglio buttarla sull’esistenziale, ma la domanda di Mario Luzi è una domanda che investe non soltanto gli italiani o gli europei: esiste un bisogno di qualcosa di più grande, di altro e di altrove nel mondo, indipendentemente dalle opinioni religiose e filosofiche o culturali. In questo senso l’Italia è un luogo che dà delle risposte straordinarie perché è un luogo nel quale, come per magia, nel corso dei secoli si è prodotta – e si continua a produrre – qualità e bellezza.
A quelli che dicono che l’Italia di oggi è soltanto un elenco sterminato di problemi, portate l’esperienza reale, quotidiana, di quelli che stanno intorno a voi. Ci sono storie straordinariamente belle e affascinanti di un Paese che continua andare avanti – avrei voglia di dire nonostante la politica – fatto da persone che continuano a credere nella bellezza del nostro Paese. Ecco perché io credo che questo mondo, pur con tutte le discussioni, con tutte le polemiche, con tutte le difficoltà, è un mondo che paradossalmente chiede Italia.
Però, ed è il quarto e ultimo punto, questa Italia ha bisogno di mettersi in movimento. Ho letto questa estate che un autorevole personaggio politico ha proposto come soluzione economica di bloccare per tre giorni l’Italia a novembre. Sono vent’anni che stanno bloccando l’Italia e oggi la scommessa è esattamente contraria, quella di rimetterla in moto. Oggi c’è finalmente lo spazio, con tutte le difficoltà del caso, di creare una pubblica amministrazione degna di questo nome, che sia in grado di dirti sì o no in tempi chiari e certi, un sistema dove finalmente si può avere una riforma delle istituzioni che consenta alle Regioni di fare ciò che devono e non altro, e contemporaneamente di avere un po’ meno politici e un po’ più politica.
Per fare tutto ciò, però, dobbiamo richiamarci alla positività del reale, essere oggi in condizione di riconoscere che l’Italia non l’hanno fatta coloro che la governano, ma  che la fanno ogni giorno migliaia e migliaia di persone che fanno bene il proprio lavoro. e Il compito dello Stato oggi non è quello di costruire chissà quale sistema organizzato per regimentare queste persone, ma lasciarle libere di fare quello che l’Italia ha fatto per secoli, cose straordinarie che in tutto il mondo sono apprezzate e che lasciano con la bocca aperta.
Chiudo condividendo con voi l’emozione che mi ha dato visitare la mostra sul Duomo di Firenze. Il Duomo di Firenze è un luogo, come tutte le cose di Firenze, pieno di contraddizioni, di litigi, però è anche un luogo che è globale nel suo messaggio universale di bellezza. Io credo, come molti di voi, che la frase di Chesterton che dice: “Il mondo non finirà mai per la mancanza di meraviglie ma per la mancanza di meraviglia”, sia una frase particolarmente vera nelle nostre città, e adesso posso dire nel nostro Paese. Il nostro è un paese in cui ci siamo bloccati come chi ormai è assuefatto alla bellezza. Io credo che per l’Italia occorra richiamare ciascuno di noi, nella singola responsabilità, a prendere atto che quello che salverà il Paese è prendere consapevolezza della straordinaria forza che abbiamo. L’Italia non finirà mai per la mancanza di meraviglie, ma potrà finire se passerà la meraviglia, la capacità di stupirci, la capacità di metterci in gioco.
Quello che per me è importante oggi non è una discussione sul singolo punto, sulla singola riforma, sul singolo intervento, sull’ultima dichiarazione, ma è riconoscere, di fronte a quello che sta accadendo nel nostro Paese, che l’Italia ha uno spazio gigantesco a condizione di smettere di piangersi addosso, e a condizione di riconoscere che ciò che ci fa grandi è ancora davanti a noi e ha bisogno di tutto il nostro impegno.

Incontro svoltosi a Rimini il 25 agosto 2015 nell’ambito del  Meeting per l’Amicizia fra i popoli