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Senza sussidiarietà non ci sarà sostenibilità

Di sussidiarietà si è parlato molto nei decenni passati. La si è vista soprattutto come un’idea capace di far valere la libertà della persona e delle formazioni sociali, la loro autonoma iniziativa e la loro capacità di costruzione, e di combattere l’invadenza dello Stato, la pretesa dei pubblici poteri di monopolizzare l’intera vita sociale e di rispondere efficacemente ai bisogni umani più disparati.

Quando poi lo Stato “assistenziale” si è dimostrato incapace di mantenere le sue promesse, di assicurare il benessere generalizzato, l’idea della sussidiarietà ha preso ulteriormente campo e, se fino a quel momento era rimasta confinata nei documenti del Magistero sociale cattolico e nei lavori di (pochi) studiosi, ha fatto irruzione nel pubblico dibattito guadagnando un crescente consenso e giungendo a ottenere significativi riconoscimenti sul piano giuridico. Come è noto, un impulso decisivo in tale direzione è venuto, già nel 1992, con il Trattato di Maastricht, firmato dai dodici Paesi membri dell’allora Comunità europea. “Nei settori che non sono di sua esclusiva competenza – vi si legge all’art. 3B – la Comunità interviene, secondo il principio di sussidiarietà, soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono, dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realizzati al meglio a livello comunitario”. Per quanto siano numerosi e complessi i problemi interpretativi e applicativi implicati in tale enunciazione, essa può comunque considerarsi come un’autorevole esemplificazione della sussidiarietà intesa nella sua accezione verticale, cioè come principio regolatore delle relazioni tra le strutture e istituzioni politiche maggiori o superiori e quelle minori o inferiori.
Può essere visto, invece, come espressione paradigmatica della sussidiarietà intesa nella sua accezione orizzontale l’art. 118 della Costituzione italiana, introdotto con la riforma del 2001, dunque a quasi dieci anni da Maastricht: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni – recita l’ultimo comma dell’articolo – favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Qui non si tratta tanto di regolare i rapporti tra entità politiche e amministrative di diverso livello (così che chi sta “in basso” non sia fagocitato da chi sta “in alto”, ma sia aiutato in ciò che non gli riesce di fare da sé). Nell’accezione orizzontale della sussidiarietà, infatti, sono in gioco innanzitutto la persona e i gruppi sociali, che, considerati capaci di concorrere originalmente alla costruzione del bene comune, devono essere “favoriti” – si dice – dall’azione dei pubblici poteri, non ignorati, né tanto meno ostacolati o soppiantati. Si può comunque rilevare come, tanto nell’accezione orizzontale quanto in quella verticale del principio, siano presenti due ordini di implicazioni, entrambe costantemente affermate dalla dottrina sociale della Chiesa nella loro necessità e complementarietà: implicazioni negative, “che impongono allo Stato di astenersi da quanto restringerebbe, di fatto, lo spazio vitale delle cellule minori ed essenziali della società”, compromettendo “la loro iniziativa, libertà e responsabilità”; e implicazioni positive, per le quali “tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto (subsidium) – quindi di sostegno, promozione, sviluppo – delle minori”. Così si esprime al n. 186 il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2004), elaborato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace a coronamento della vigorosa operazione di “rilancio” della dottrina sociale cattolica, condotta dal lungo pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005).
Si potrebbe proseguire, ma qui bastino questi pochi cenni a mostrare come il tema “sussidiarietà”, in precedenza pressoché assente dal dibattito pubblico, sia “salito alla ribalta” nel corso degli ultimi tre decenni. Tuttavia, sebbene la discussione attorno a esso si sia infittita e siano cresciute per numero e qualità le ricerche, le elaborazioni progettuali e le iniziative formative che lo hanno messo variamente a tema (particolarmente meritoria, in questo senso, l’opera svolta dalla Fondazione per la Sussidiarietà, nata nel 2002, cui fa capo questa rivista), non si può dire che la sussidiarietà sia diventata cultura diffusa e abbia trovato una realizzazione sufficientemente ampia e profonda. L’idea ha indubbiamente ispirato qua e là – anche nel nostro Paese – taluni provvedimenti parziali ma significativi, ad esempio in tema di libertà di scelta scolastica da parte delle famiglie, di sostegno alla povertà, di politica della salute, di politica fiscale. Ma si è dimostrata dura a morire quella visione verticistica e provvidenzialistica della politica che ha accompagnato il sorgere e lo svilupparsi dello Stato moderno e che ha fatto dire a Hobbes – considerato non a caso il fondatore della moderna scienza politica – che gli enti intermedi “[…] sono come tanti Stati minori nelle budella di uno maggiore, simili a vermi negli intestini di un uomo naturale” (Leviatano, libro XXXIX).
Tutt’altro che superflua appare dunque l’insistenza con la quale la “logica” della sussidiarietà è stata riproposta dal Magistero pontificio successivo a Giovanni Paolo II. Rielaborando originalmente le ragioni a sostegno di tale logica, Benedetto XVI ha scritto, già nella sua prima enciclica: “Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente – ogni uomo – ha bisogno: l’amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 2005, n. 28).
Gli eventi prodottisi nel corso dell’ultimo decennio non hanno certo favorito la ripresa di un’autentica e compiuta cultura della sussidiarietà. La crisi deflagrata nel 2008 – lamenta Papa Francesco – non ha indotto a un ripensamento del modello di sviluppo vigente, ma ha piuttosto condotto per un verso alla “globalizzazione del paradigma tecnocratico” (Papa Francesco, Laudato si’, 2015, nn. 106-114) e per l’altro alla crescente affermazione di populismi e sovranismi rancorosi. L’uno e gli altri caratterizzati da un atteggiamento sprezzante nei riguardi dei corpi intermedi; atteggiamento che da tempo trova alimento nella mentalità “giustizialista” di certa magistratura e nella cassa di risonanza che a essa è stata fornita da media vecchi e nuovi. Si è diffusa la convinzione secondo la quale in ogni realtà associativa – e in fin dei conti in ogni persona – che ponga in essere fatti e opere di “utilità sociale”, deve sospettarsi la presenza del malaffare e della corruzione.
Ci si è venuti così a trovare nella situazione lucidamente fotografata da Pierluigi Battista: “Che abbaglio colossale abbiamo preso, noi che abbiamo inneggiato incantati alla modernità che ci avrebbe fatto più simili agli altri, ai Paesi più avanzati. L’abbiamo chiamata liberazione, ed era solitudine di massa. Emancipazione dalle appartenenze, dalle ideologie, dalle corporazioni, oppure, con termine gergale più sofisticato, “disintermediazione”, annullamento dei mille corpi intermedi che fanno da cuscinetto tra lo Stato e l’individuo. Ma ora, a emancipazione avvenuta, nessuno appartiene più a niente. È solo, senza vincoli, senza luoghi in cui ritrovarsi, senza una comunità in cui vivere insieme agli altri. Solo con una tastiera, escluso da tutti, forgotten man […]” (Politica e corpi intermedi. Quella folla adesso è sola, in Il Corriere della Sera, 8 marzo 2018).
Per quanto vi sia molto di vero in questo scenario a tinte fosche, si deve dire però che esso coglie solo una parte – sia pur rilevante – del presente stato di cose. È indubbio, infatti, che partiti, sindacati, aggregazioni di quartiere, parrocchie, banche popolari, cooperative, consorzi (sono le realtà elencate nel seguito dell’articolo citato) siano in buona parte evaporati; o che, se sopravvivono, abbiano ormai ben poco di diverso da “una gelida organizzazione […] dove il sentimento di appartenenza è semplicemente sparito” (ancora Battista). È ugualmente innegabile che certe realtà possano essersi rese complici del loro declino, essendosi di fatto adoperate a perseguire la tutela dei propri interessi consolidati, piuttosto che a far rivivere continuamente la tensione ideale che le aveva originariamente ispirate. Ma occorre far attenzione a “non buttare via il bambino con l’acqua sporca”. Occorre riconoscere – come ha ben sottolineato il Presidente Mattarella, intervenendo di recente (14 maggio 2019) ai festeggiamenti per il centenario di Confcooperative – che ci sono “realtà capaci di penetrare in maniera più efficace e più puntuale nel tessuto sociale, più rassicuranti per i nostri cittadini”: realtà che costituiscono una riprova del “ruolo fondamentale delle formazioni sociali e dei corpi intermedi – che, non a caso, la Costituzione esprime come pilastro portante della vita della Repubblica”.
Oggi più che mai, di fronte alla liquefazione dei legami e al moltiplicarsi della sfiducia e della solitudine, si può vincere la crescente tendenza ad affidarsi a “uomini soli al comando”, a una politica che presume di risolvere da sola ogni problema (essendone peraltro clamorosamente incapace), solo riscoprendo – come “elemento necessario e insostituibile perché sia assicurata alla persona umana una sfera sufficiente di libertà e di responsabilità” – quella “ricca gamma di associazioni o corpi intermedi”, che consentono “il perseguimento di obiettivi che i singoli esseri umani non possono efficacemente perseguire se non associandosi” (Giovanni XXIII, Pacem in terris, 1963, n. 11).
Ma il “cambiamento d’epoca” che attraversiamo ci costringe ad andare più a fondo. Se, come è stato scritto, “a Nord come a Sud del pianeta la condizione umana si configura come quella di uno spaesamento senza limiti”; se “non ci si orienta più nemmeno nei confini più intimi”; se “ogni spazio è abitato dall’ombra di un altro che ci attrae e al contempo respinge in un rilancio senza fine e senza scopo”; se “nessuno si sente più a casa propria e, spinto da energie caotiche e spesso distruttive, attraversa lo spazio e il tempo desideroso di trovare un luogo dove vivere una felicità impossibile” (M. Dotti, Finis Europae? Corpi intermedi digitali, welfare, immigrazione, neonazionalismo, Sossella, Roma 2017, pp. 16 e 26); allora non ci si può limitare a riaffermare il valore di associazioni e corpi intermedi e a invocare il principio di sussidiarietà nella linea di un pur ineludibile sostegno a tali realtà. Il problema diventa – è ormai diventato – innanzitutto quello di un sostegno alla persona. È l’io smarrito che deve poter incontrare “luoghi” in cui “ritrovarsi”: luoghi – cioè fatti, persone, trame di relazioni – in cui “vivere una felicità impossibile” diventi possibile; luoghi in cui il proprio desiderio sia abbracciato in tutta la sua profondità e si possa perciò veder fiorire la propria umanità, entro e oltre qualsiasi solitudine, qualsiasi spaesamento. In questa prospettiva, mi pare che vada letta l’affermazione di Benedetto XVI: “La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona attraverso l’autonomia dei corpi intermedi” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 2009, n. 57). Del resto, una simile, pressante sollecitazione a mettere al centro ciò che può aiutare la persona a maturare una rinnovata coscienza di sé ci viene dalla stessa Laudato si’, la più recente delle encicliche sociali, dedicata da Papa Francesco alla “cura della casa comune”: vi si legge che “non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo”, che “non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia”. Se “la persona umana viene considerata solo un essere in più tra gli altri, che deriva da un gioco del caso o da un determinismo fisico”, è impensabile che essa possa concorrere a realizzare uno sviluppo davvero sostenibile: “non si può esigere da parte dell’essere umano un impegno verso il mondo, se non si riconoscono e non si valorizzano al tempo stesso le sue peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità” (Papa Francesco, Laudato si’, n. 118). Perché la sostenibilità non resti una chimera, serve dunque la sussidiarietà, serve che l’io sia “sussidiato” innanzitutto nel suo bisogno di conoscersi – di sperimentarsi – nel suo “peculiare valore”, per dirla ancora con Papa Francesco.

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